"Era il 1969, quando i primi pacchetti cominciarono ad essere trasmessi via Internet. Erano già passati vent' anni, quindi, da quando io capii che Internet era una possibilità eccitante, una piattaforma sulla quale si sarebbe potuto costruire uno spazio per le informazioni. Nel 1989 non esisteva dunque un Wolrd Wide Web, ma avevano già tutti i pezzi. Fu allora che, utilizzando la struttura molto potente di Internet che altri avevano costruito prima di me, io proposi il protocollo html, il linguaggio html, i protocolli http che hanno generato il web. Ecco come eravamo, nel 1989. Sono passati altri vent' anni, da allora. Vale la pena ricordare che quello che allora fece funzionare il web, la cosa che ancor oggi ha maggiore importanza, è l' universalità. Il suo valore fondamentale è che si tratta di uno spazio universale. Due web non funzionerebbero. Ci deve essere un web solo e non importa quale hardware tu abbia, non importa dove hai comprato il tuo computer. Quando guardiamo al web, oggi, non lo consideriamo più come un sistema di computer collegati tra loro: era così che pensavamo Internet. E non lo consideriamo un insieme di pagine web collegate, mentre un tempo il World Wide Web ci appariva davvero come un insieme di informazioni collegate tra di loro. Quando guardiamo il web, se lo vogliamo capire - capire come vanno le cose, perchè qualcuno segue un link, perchè qualcun altro crea un link - dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alle persone. Ora il web ci appare come un' umanità collegata. Un' umanità collegata dalla tecnologia. Vogliamo che il web renda all' umanità il maggior servizio possibile".
15 gennaio, 2010
13 gennaio, 2010
Le 17.00 in punto
Davide era stato piuttosto categorico "Quel film non fa per te !". Dapprima con un sms poi con una telefonata, più da fratello maggiore che da amico, mi avvertiva degli effetti collaterali della visione del film Hachiko: "Simo, davvero lascia stare, io più ci ripenso e più mi sento in dovere di dirtelo...Lascia stare !". Cocciuta come sono, l' ho ringraziato e, quasi come se avessi dovuto affrontare chissà che, l' ho tranquillizzato "Amico mio, è solo un film !".Ma quanto mi sbagliavo...Un cucciolo prima, un cane poi, orgoglioso, preciso, che non si perde in tante leccatine ma fa capire al suo "padrone" che può contare sempre, ovunque e comunque su di lui, sulla sua presenza, sulla sua incommensurabile fedeltà. Questa mia recensione non sarà melensa nè patetica ma realista. La pellicola infatti è tratta da una storia vera e forse è questo il principale motivo della commozione che arriva improvvisa, non così inaspettata ma per certi versi persino piacevole, la sensazione delle lacrime che scendono quasi involontariamente sul viso per un' emozione che giunge dritta dritta dal cuore, non dal cervello ma dal cuore, a me è successo così. Più seguivo con attenzione la storia, a dire il vero conoscendone già all' incirca l' andamento, più mi stupivo di poter contenere un così esagerato quantitativo di liquidi: il volto inespressivo, sentivo solo le guance bagnate, nient' altro.
Non le ho asciugate, neanche una, fino ai titoli di coda, me le sono "godute" ed ho gioito nell' avere nuovamente la conferma che a volte è un essere umano a non avere il diritto di possedere un' anima mentre un animale sì, eccome. Davanti all' ingresso di una stazione ferroviaria per 10 lunghi anni, tutti i giorni sempre alla stessa ora, le 17,00 in punto, ad aspettare qualcuno che arriva o che non arriva poi più, questo non importa. Chi di noi aspetta, resta immobile nell' attesa per ore ed ore, sotto la pioggia, la neve, il sole e poi la luna? Chi lascia passare giorni, che poi diventano anni, solo ed esclusivamente aspettando per amore, stima, gratitudine, qualcuno? Chi non è distratto da nulla di più urgente ed importante ma anche più futile, da non rimandare, abbandonare, dimenticare? Solo quando sopraggiunge la morte, Hachiko abbandona la sua missione: stare al fianco di colui nel quale aveva riposto tutto se stesso, la sua vita, la sua ragione d' essere, non un cane ma un' amico, un fratello. Questo non è un film solo per cinofili o animalisti, è un film per chi crede che valga la pena aspettare qualcuno sempre e comunque vadano le cose, per chi difficilmente rinuncia, per chi spera e continuerà (magari inutilmente) a farlo ed anche a chi non si vergogna di piangere ancora e prendere come esempio un quadrupede anzichè un bipede.
12 gennaio, 2010
Distanze
"Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:"Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?"
"Gridano perché perdono la calma" rispose uno di loro.
"Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore.
"Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?" Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore. Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano."
Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare."
10 gennaio, 2010
Cartoline dal futuro
Termina qui la prima settimana di un nuovo anno ed ancora mi sembra di vederli: sorridenti con il loro calice tenuto ben stretto e rivolto verso il cielo quasi a chiedere pietà affinchè tutto possa migliorare, cambiare, risollevare le teste di coloro che il cielo non lo guardano più. Disordinatamente in fila, uomini impettiti in maleodoranti frac, con un bel sorrisino ottimista da esibire in pubblico ma con i polsini della camicia inamidata logori e sbottonati e donne dallo sguardo tagliente e dalle labbre sottili ma rosse con un rossetto volgarmente sbavato. Si baciano ed abbracciano rivolti verso il domani, il futuro, il nuovo. Ma ahimè il futuro non va cercato nè accolto solo vissuto e, anche se è difficile accettarlo e rendersene conto, già lo stiamo vivendo, siamo tutti nel futuro, perchè il futuro è adesso, oggi è futuro. Solo i codardi (come me) girano le spalle, seguono la direzione opposta, tengono bassi i calici vuoti, cercano chi non c'è, parlano con chi non sente, tristemente nostalgici, stupidamente fragili, sfuggono al "domani" rifugiandosi nel "ieri". A volte mi domando dove stia la novità, cosa ci sia di meraviglioso in quello che ci aspetta, in quello che i cervelloni pensano possa migliorare il nostro vivere di per sè agitato e caotico, ci sono cose che cambiano ogni secondo ed altre per le quali non basta una vita. Oggi si muore di cancro esattamente come ieri, oggi si abbattono intere foreste esattamente come ieri, oggi la crudeltà dell' uomo non si è minimamente assopita esattamente come ieri. Di chi e quali sono i buoni propositi ? Ma quante cose dovranno o potranno ancora vedere i miei occhi ? Piccole donne diventare donne piccole ed insicure nell' imprigionare in mutande contenitive gli attributi dei loro mariti, cercando di garantirsi così un' improbabile fedeltà assoluta, quando di assoluto non c'è più nulla e meno che mai l' elastico di quegli indumenti; uomini grandi, belli, importanti e forti come alte querce tornare improvvisamente bambini e ricominciare a giocare con i Lego, mattoncini di cuore trovati qua e là per costruire torri altrettanto alte ma destinate a crollare miseramente come previsto: giocare con i sentimenti può rivelarsi divertente ma assai poco innovativo, esattamente come ieri. E donne orgogliose, permalose, coraggiose, sicure di sè, perdersi e non riuscire più a ritrovarsi, cercarsi in un cassetto sgangherato chiedendosi affannosamente "Ma dove sei finita?" e non riconoscersi nè in una foto del passato nè in una cartolina dal futuro. Ho visto anche questo. Un giunco che si piega, rinunciando ad emergere, vive bene anche se le foglie, come lo sguardo, non puntano il soffitto ma il pavimento, un po' di luce arriva comunque. Mi dispiace non scrivere più intingendo un pennino nell' inchistro, scoprire che l' amicizia o è su Facebook oppure chissà dov'è, riporre le mie speranze nel passato per un' assoluta mancanza di fiducia in chi mi circonda, tutto ciò mi dispiace e mi rende profondamente triste nonchè vulnerabile ad ogni eventuale cambiamento che ancora dovrò mio malgrado affrontare. Oggi è così, domani chissà...23 dicembre, 2009
Ora, adesso, subito
"Tante cose ho imparato da voi uomini... Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna senza sapere che la vera felicità risiede nel modo di risalire la scarpata. Ho imparato che quando un bambino appena nato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito del padre, lo racchiude per sempre. Ho imparato che un uomo ha diritto a guardarne un altro dall'alto solo per aiutarlo ad alzarsi. (...) Di sempre ciò che senti e fai ciò che pensi. Se sapessi che oggi sarà l'ultimo giorno in cui ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e pregherei il Signore affinché possa essere il guardiano della tua anima. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti bacerei e ti richiamerei per dartene ancora. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ascolterò la tua voce, registrerei ogni tua parola per poter riascoltarla una ed un'altra volta all'infinito. Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti in cui ti vedo ti direi "ti amo" senza pensare, scioccamente, che lo sai di già. Sempre c'è un domani e la vita ci da un'altra opportunità per fare bene le cose, ma se sbaglio e oggi è tutto ciò che mi resta, mi piacerebbe dirti che ti voglio bene e che mai ti dimenticherò. Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l'ultimo giorno che vedi coloro che ami. Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente lamenterai il giorno che non hai perso tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che sarai stato troppo occupato per concedere un ultimo desiderio. Mantieni coloro che ami vicini a te, di loro all'orecchio quanto ne hai bisogno, amali e trattali bene, prenditi tempo per dirgli "mi dispiace", "perdonami", "per piacere", "grazie, e tutte le parole d'amore che conosci. Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per saperli esprimere e dimostra ai tuoi amici quanto t'importano".Questo è il mio augurio di Buon Natale ed in generale di Buona Vita a chi passa (anche) di qui ;-)
20 dicembre, 2009
Guadagnarsi la libertà
Ascoltando Radio Montecarlo diretta ad Avigliana, dinnanzi a me lo spettacolo mozzafiato del Pirchiriano e della Sacra di San Michele, quanto segue rapisce la mia attenzione:"Arriva sempre il momento in cui smettiamo di fuggire i nostri demoni e ci decidiamo a guardarli finalmente in faccia. Il momento in cui ci fermiamo, ci voltiamo e ci lasciamo spaventare dalla paura alla quale abbiamo fino a quel momento tentato di sfuggire. Accade quando ne abbiamo veramente abbastanza, quando crediamo di aver toccato il fondo, in quel momento qualcosa si arrende dentro di noi e ci lasciamo toccare veramente dai moti interiori ed esterni. Allora smettiamo di aspettare che siano le persone che abbiamo intorno a cambiare, o smettiamo di sperare che le cose cambino da sole, insomma accettiamo finalmente le cose come sono. Quando smettiamo di indietreggiare davanti ai nostri malesseri, quando smettiamo di usarli per creare un dramma, per farcene vittime, o quando smettiamo di far finta che non ci siano e finalmente li guardiamo onestamente negli occhi, allora tocchiamo la sofferenza che li sostiene ed è in questo modo, entrando nella sofferenza che abbiamo dentro, che quei demoni finiscono per perdere la presa che avevano su di noi. Una volta che riusciamo a essere anche un attimo non più identificati, non più persi nel dolore, perché siamo riusciti a mantenerci presenti a noi stessi mentre il dolore è lì, siamo per un attimo liberi. (...) Una volta che ci siamo disidentificati, anche solo per un attimo, dalla nostra sofferenza, siamo stati capaci di farlo e potremo farlo di nuovo e non possiamo di nuovo mettere la testa sotto la sabbia e far finta che ci occorra ancora altro tempo per vedere più chiaramente, per capire meglio, per imparare a farlo meglio. E' successo. E' già successo. Quando lo abbiamo fatto, in quel momento siamo già usciti dai nostri luoghi comuni della sofferenza".
13 dicembre, 2009
Un angelo caduto
Chi ben comincia...Quest'anno sono stata tutt'altro che puntuale e solo oggi posso declamare a gran voce "Habemus albero". E' lì dov'è tutti gli anni, in un angolo del salotto, con la sua punta di vetro soffiato, le sue palline bizzarre, un grasso passerotto di lana cotta appollaiato su un ramo, come ultimo arrivato, insomma a parte questo nulla è cambiato dall' anno scorso. Il mio alberello è un abitudinario, un caotico abitudinario, che non segue le mode ma sottosta solo al mio estro più o meno gradevole. Ovviamente qualcosa però doveva succedere durante il suo allestimento, perchè "facile" e "normale" non sono parole di uso comune da queste parti e non mi piacciono neanche più un granchè a pensarci bene. Affronto da sola la "Missione Albero di Natale": svuoto lo scatolone ancora un po' impolverato e sistemo i tre mezzi tronchi (naturalmente artificiali) sul parquet, mi tiro su le maniche della felpa e apro il trepiedi un tantino arrugginito ma ancora robusto ed in grado di sorreggere rami e decorazioni e mi preparo per la fase 2: infilare con forza il primo "tratto" insomma la A, a seguire BE ed infine TE. Modestamente sono abbastanza tosta da sollevare ed issare, abbastanza forzutella per inserire il tubo metallico nell' apposito foro e...voilà...adesso non mi resta che aprire pazientemente, uno per uno, i ramoscelli, stando attenta all' effetto "diserbante": la caduta accidentale degli aghetti posticci al solo tocco. Lo guardo, ci giro intorno e con in mano il secondo tratto mi preparo per la fase 3: BE. Che fatica! Pesa stranamente più di A, qualcosa non mi convince. Prendo le distanze da quell' ammasso verde e mi rendo ben presto conto che il mio albero o è un mutante, che va allargandosi anzichè restringendosi, oppure ho montato i tronchi al contrario. Lo ribalto ed inizio a pensare a qualcuno che mi ha fatto arrabbiare ma tanto, ma tanto, ma tanto, a tal punto da permettermi di applicare tutte le mie forze nello sfilare quei tubi metallici così ben conficcati poco prima. Punizione divina, i rami li ho sfilati ma il trepiedi ha pensato bene di scontrarsi con la mia fronte...che dolore!!! Con una scatola di Sofficini tra le mani, per evitare il bernoccolo, ho pensato "Iniziamo bene". Mi ci è voluto non un secondo ma un terzo tentativo per riuscire ad avere una cima ed una base, per ricordarmi insomma com' è fatto in natura un abete senza bisogno di sfogliare il mio vecchio libro di Botanica e cercare di ricrearlo in salotto. Esausta ancor prima di incominciare. Le palline sono ancora intatte, belle, scintillanti, le saluto di anno in anno scusandomi anticipatamente con loro per eventuali incidenti di percorso che magari accadranno mio malgrado, sono una che spesso "le palle le rompe" e anche tanto, pur non volendo. Mi avvicino con la prima "bolla di sapone", incolore, attraverso la quale ci puoi vedere ciò che vuoi, immaginare qualcosa che non è, ingrandire all' improvviso qualcosa di lontano e divenuto tristemente piccolo piccolo, quasi invisibile. Inutile dire che è la mia preferita, che riservo per lei un posto d' onore, che è la prima, la star, la regina delle palline, quella a cui non servono tanti fronzoli per essere speciale, è naturalmente bella. Nello stringere il nodo del cordoncino dorato che la tiene sospesa avverto uno strano tintinnio, la presenza di qualcosa che non dovrebbe ancora esserci, giro intorno al mio albero ancora una volta ed ecco un piccolo angioletto di vetro, già appeso, molto probabilmente dimenticato lì dal Natale passato. Lo guardo meglio e, ahimè, ha un' ala mozza, deve averla persa nel tragitto casa-cantina 12 mesi fa. Prima la rivolta del trepiedi, adesso l' angioletto disabile...ma che tristezza! Ora sorrido ma quell' angioletto mi ha fatto pensare, non sapete quanto. E' imperfetto, non brilla più, cerca un nascondiglio tra i rami per non rendere sgradevole il contesto, è solo ma certamente non solitario, spera in qualche modo di essere sfiorato per vibrare ancora. Adesso è vicino alla star, ci si specchia dentro e si vede bellissimo, con due ali simmetriche e spiegate, lui che infondo non è altro che un angelo...caduto.
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