23 dicembre, 2009

Ora, adesso, subito

"Tante cose ho imparato da voi uomini... Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna senza sapere che la vera felicità risiede nel modo di risalire la scarpata. Ho imparato che quando un bambino appena nato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito del padre, lo racchiude per sempre. Ho imparato che un uomo ha diritto a guardarne un altro dall'alto solo per aiutarlo ad alzarsi. (...) Di sempre ciò che senti e fai ciò che pensi. Se sapessi che oggi sarà l'ultimo giorno in cui ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e pregherei il Signore affinché possa essere il guardiano della tua anima. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti bacerei e ti richiamerei per dartene ancora. Se sapessi che questa è l'ultima volta che ascolterò la tua voce, registrerei ogni tua parola per poter riascoltarla una ed un'altra volta all'infinito. Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti in cui ti vedo ti direi "ti amo" senza pensare, scioccamente, che lo sai di già. Sempre c'è un domani e la vita ci da un'altra opportunità per fare bene le cose, ma se sbaglio e oggi è tutto ciò che mi resta, mi piacerebbe dirti che ti voglio bene e che mai ti dimenticherò. Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. Oggi può essere l'ultimo giorno che vedi coloro che ami. Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente lamenterai il giorno che non hai perso tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio e che sarai stato troppo occupato per concedere un ultimo desiderio. Mantieni coloro che ami vicini a te, di loro all'orecchio quanto ne hai bisogno, amali e trattali bene, prenditi tempo per dirgli "mi dispiace", "perdonami", "per piacere", "grazie, e tutte le parole d'amore che conosci. Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi al Signore la forza e la saggezza per saperli esprimere e dimostra ai tuoi amici quanto t'importano".
Questo è il mio augurio di Buon Natale ed in generale di Buona Vita a chi passa (anche) di qui ;-)

20 dicembre, 2009

Guadagnarsi la libertà

Ascoltando Radio Montecarlo diretta ad Avigliana, dinnanzi a me lo spettacolo mozzafiato del Pirchiriano e della Sacra di San Michele, quanto segue rapisce la mia attenzione:
"Arriva sempre il momento in cui smettiamo di fuggire i nostri demoni e ci decidiamo a guardarli finalmente in faccia. Il momento in cui ci fermiamo, ci voltiamo e ci lasciamo spaventare dalla paura alla quale abbiamo fino a quel momento tentato di sfuggire. Accade quando ne abbiamo veramente abbastanza, quando crediamo di aver toccato il fondo, in quel momento qualcosa si arrende dentro di noi e ci lasciamo toccare veramente dai moti interiori ed esterni. Allora smettiamo di aspettare che siano le persone che abbiamo intorno a cambiare, o smettiamo di sperare che le cose cambino da sole, insomma accettiamo finalmente le cose come sono. Quando smettiamo di indietreggiare davanti ai nostri malesseri, quando smettiamo di usarli per creare un dramma, per farcene vittime, o quando smettiamo di far finta che non ci siano e finalmente li guardiamo onestamente negli occhi, allora tocchiamo la sofferenza che li sostiene ed è in questo modo, entrando nella sofferenza che abbiamo dentro, che quei demoni finiscono per perdere la presa che avevano su di noi. Una volta che riusciamo a essere anche un attimo non più identificati, non più persi nel dolore, perché siamo riusciti a mantenerci presenti a noi stessi mentre il dolore è lì, siamo per un attimo liberi. (...) Una volta che ci siamo disidentificati, anche solo per un attimo, dalla nostra sofferenza, siamo stati capaci di farlo e potremo farlo di nuovo e non possiamo di nuovo mettere la testa sotto la sabbia e far finta che ci occorra ancora altro tempo per vedere più chiaramente, per capire meglio, per imparare a farlo meglio. E' successo. E' già successo. Quando lo abbiamo fatto, in quel momento siamo già usciti dai nostri luoghi comuni della sofferenza".

13 dicembre, 2009

Un angelo caduto

Chi ben comincia...Quest'anno sono stata tutt'altro che puntuale e solo oggi posso declamare a gran voce "Habemus albero". E' lì dov'è tutti gli anni, in un angolo del salotto, con la sua punta di vetro soffiato, le sue palline bizzarre, un grasso passerotto di lana cotta appollaiato su un ramo, come ultimo arrivato, insomma a parte questo nulla è cambiato dall' anno scorso. Il mio alberello è un abitudinario, un caotico abitudinario, che non segue le mode ma sottosta solo al mio estro più o meno gradevole. Ovviamente qualcosa però doveva succedere durante il suo allestimento, perchè "facile" e "normale" non sono parole di uso comune da queste parti e non mi piacciono neanche più un granchè a pensarci bene. Affronto da sola la "Missione Albero di Natale": svuoto lo scatolone ancora un po' impolverato e sistemo i tre mezzi tronchi (naturalmente artificiali) sul parquet, mi tiro su le maniche della felpa e apro il trepiedi un tantino arrugginito ma ancora robusto ed in grado di sorreggere rami e decorazioni e mi preparo per la fase 2: infilare con forza il primo "tratto" insomma la A, a seguire BE ed infine TE. Modestamente sono abbastanza tosta da sollevare ed issare, abbastanza forzutella per inserire il tubo metallico nell' apposito foro e...voilà...adesso non mi resta che aprire pazientemente, uno per uno, i ramoscelli, stando attenta all' effetto "diserbante": la caduta accidentale degli aghetti posticci al solo tocco. Lo guardo, ci giro intorno e con in mano il secondo tratto mi preparo per la fase 3: BE. Che fatica! Pesa stranamente più di A, qualcosa non mi convince. Prendo le distanze da quell' ammasso verde e mi rendo ben presto conto che il mio albero o è un mutante, che va allargandosi anzichè restringendosi, oppure ho montato i tronchi al contrario. Lo ribalto ed inizio a pensare a qualcuno che mi ha fatto arrabbiare ma tanto, ma tanto, ma tanto, a tal punto da permettermi di applicare tutte le mie forze nello sfilare quei tubi metallici così ben conficcati poco prima. Punizione divina, i rami li ho sfilati ma il trepiedi ha pensato bene di scontrarsi con la mia fronte...che dolore!!! Con una scatola di Sofficini tra le mani, per evitare il bernoccolo, ho pensato "Iniziamo bene". Mi ci è voluto non un secondo ma un terzo tentativo per riuscire ad avere una cima ed una base, per ricordarmi insomma com' è fatto in natura un abete senza bisogno di sfogliare il mio vecchio libro di Botanica e cercare di ricrearlo in salotto. Esausta ancor prima di incominciare. Le palline sono ancora intatte, belle, scintillanti, le saluto di anno in anno scusandomi anticipatamente con loro per eventuali incidenti di percorso che magari accadranno mio malgrado, sono una che spesso "le palle le rompe" e anche tanto, pur non volendo. Mi avvicino con la prima "bolla di sapone", incolore, attraverso la quale ci puoi vedere ciò che vuoi, immaginare qualcosa che non è, ingrandire all' improvviso qualcosa di lontano e divenuto tristemente piccolo piccolo, quasi invisibile. Inutile dire che è la mia preferita, che riservo per lei un posto d' onore, che è la prima, la star, la regina delle palline, quella a cui non servono tanti fronzoli per essere speciale, è naturalmente bella. Nello stringere il nodo del cordoncino dorato che la tiene sospesa avverto uno strano tintinnio, la presenza di qualcosa che non dovrebbe ancora esserci, giro intorno al mio albero ancora una volta ed ecco un piccolo angioletto di vetro, già appeso, molto probabilmente dimenticato lì dal Natale passato. Lo guardo meglio e, ahimè, ha un' ala mozza, deve averla persa nel tragitto casa-cantina 12 mesi fa. Prima la rivolta del trepiedi, adesso l' angioletto disabile...ma che tristezza! Ora sorrido ma quell' angioletto mi ha fatto pensare, non sapete quanto. E' imperfetto, non brilla più, cerca un nascondiglio tra i rami per non rendere sgradevole il contesto, è solo ma certamente non solitario, spera in qualche modo di essere sfiorato per vibrare ancora. Adesso è vicino alla star, ci si specchia dentro e si vede bellissimo, con due ali simmetriche e spiegate, lui che infondo non è altro che un angelo...caduto.

08 dicembre, 2009

Un pezzo di vita

"Se solo per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di pezza e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso ma in definitiva penserei tutto ciò che dico. Darei valore alle cose, non per ciò che valgono ma per ciò che significano. Dormirei poco, sognerei di più, capirei che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce. Andrei quando gli altri si fermano, mi sveglierei mentre gli altri dormono. Ascolterei mentre gli altri parlano e come mi godrei un buon gelato al cioccolato ! Se Dio mi facesse dono di un pezzo di vita, vestirei semplicemente, mi butterei disteso al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima. Dio mio se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e aspetterei che il sole uscisse. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sulle stelle, una poesia di Benedetti e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Annaffierei con le mie lacrime una rosa per sentire il dolore delle sue spine e con le labbra la carnosa sensazione dei suoi petali... Dio mio, se io avessi un pezzo di vita... Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente a cui voglio bene che le voglio bene. Convincerei ogni uomo ed ogni donna che essi sono i miei preferiti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini dimostrerei quanto si sbagliano al pensare che smettono d' innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono d'innamorarsi ! A un bambino darei le ali ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con l'oblio".

04 dicembre, 2009

L' urlo

E' in ognuno di noi, tra gola e petto, risiede lì e questa volta non parlo del cuore. Spesso è soltanto assopito, quando però vuol farsi notare non lo si può ignorare perchè la sua presenza diventa invadente ed ostinata. Camminiamo, soli, in altre faccende affaccendati, ci scontriamo senza farci male (a volte si, ce ne facciamo eccome) ed andiamo oltre (beato chi ci riesce), volti inespressivi, occhi velati, indossiamo inefficaci giubbotti antiproiettile per proteggere ciò che forse ancora batte (parlo del cuore). Nulla ci distoglie, nulla ci stupisce, calpestiamo terra e anime, con non curanza abbandoniamo al passato (e non ai ricordi) ciò che infondo non ci riguarda (più). I giorni scorrono ed è dinuovo venerdì. A cosa mi sono serviti due occhi grandi e luccidi come stelle in un notturno inaspettato se non sono riuscita ad esprimere ciò che sentivo? A cosa un cuore così imbizzarrito da non poter essere domato nè imbrigliato in catene arruginite? Parole rabbiose ed arrabbiate, sola contro tutti, per difendere un nemico. Larghi sorrisi, inutili abbracci, giri di parole che si sono rivelati soltanto monologhi sgrammaticati. Vittima forse di una vendetta ben architettata, perfettamente riuscita, spero di aver regalato almeno una grossa risata per aver abboccato. Ci si stupisce della violenza che ci circonda e non ci si stupisce più di quanto ognuno di noi riesca a far del male a qualcuno non necessariamente pugnalandolo in pieno petto. Ed eccolo che sale...ed eccolo che spinge...ed eccolo che non resiste alla tentazione...Urlo!

15 novembre, 2009

Lacrime di clorophilla (Diritto di critica)

Quando rientro a casa dall' ufficio difficilmente qualcosa riesce a distrarmi, ad attirare la mia attenzione, a rallentare il mio passo, niente eccetto una blatta qua e là (ma questa è un' altra storia...): l' ansia di varcare l' uscio di casa è sempre più forte. Infreddolita, stretta nel cappottino quotidiano, dallo sciarpone di lana spuntano solo i miei occhi a volte assonnati, a volte vispi, a volte intontiti, a volte distratti ma, alcune volte, anche vigili ed attenti. In perfetta coordinazione, pochi giorni fa, si sono rivolti verso un qualcosa che, forse, avrebbe in seguito fornito del cosiddetto "buon materiale" per il mio cervello, per le mie elucubrazioni, per il mio bagaglio di assurde e, spesso insignificanti, polemiche quotidiane. Un manifesto bello, ma proprio proprio bello: i miei colori preferiti, il verde ed il blu, il mio soggetto preferito, un vegetale, il mio slogan ideale "Regala un albero". Ohibò, tutto questo meritava senz' altro un attimo di attenzione, un attimo di pausa, una battuta d' arresto al mio piè veloce. Mi concentro e leggo da cima a fondo: "Torino e i suoi alberi: un patrimonio da gestire" e ancora "Torino 2008 città dell' albero", "Regala un albero alla tua città" ed alla fine un vecchio scontrino fiscale, appallottolato al fondo della mia borsa, si è rivelato prezioso per annotare l' indirizzo del sito dove ottenere maggiori informazioni sull' iniziativa.
Una volta a casa, il pc è già sul tavolino del salotto che mi aspetta, mi ci avvicino con il mio scontrino e, inforcati nuovamente gli occhiali, sono pronta alla lettura, ansiosa di verificare se il messaggio letto poco prima sia davvero un messaggio di speranza, di novità, frutto di un' idea geniale. Illusa! Sempre tutto troppo bello per essere vero, sempre tutto troppo perfetto per crederci ancora, la delusione è lì e non tarda, anche questa volta, ad arrivare. Certo Signori e Signore regalate un albero, aprite il vostro portafoglio e fate una bella donazione al vostro Comune, "regalate" ad esempio un bell' acero, o meglio Acer campestre, la circonferenza del cui tronco va dai 10 ai 12 cm, vi costerà soltanto dai 170 ai 300 euro...insomma fate un gesto nobile per una nobile causa.
Vi risparmio gli insulti che sola soletta ho sbraitato indignata davanti al monitor, ma non le mie considerazioni. Scopro con stupore, visitando sempre il medesimo sito, che nel 2008 la mia Torino è stata eletta "Città dell' albero", proprio nel 2008 quando vicino a casa mia, nel cortile della mia scuola elementare, A. Gambaro, sono stati abbattuti, senza pensarci poi molto, due esemplari di alto fusto secolari sanissimi per edificare due orribili scale antincendio e davanti a casa, sul controviale, altrettanti per due posti in più di parcheggio. Non sarà forse che la parola "albero" in questo momento va di moda anche se si ignora ciò a cui si riferisce o meglio questo non interessa poi un granchè?
Ma torniamo alla home page del Comune, davvero ricca di sorprese...
Insomma constato a malincuore che, anche in questo caso, non tutti si possono permettere di regalare neanche un albero me compresa: i prezzi sono stabiliti in base alla circonferenza della specie e per un Platanus acerifolia si possono raggiungere addirittura i 700 euro! Se fossi un albero piangerei clorofilla per la pena, l' ignoranza, la speculazione in cui siamo così bravi. Il metodo più veloce, immediato, senza dispendio di troppe energie è senza dubbio la richiesta di fondi, di benefattori, di offerte, di beneficenza che non ha poi nulla a che vedere con il "fare del bene", anzi a volte si rivela proprio l' esatto contrario. Vuoi anche tu una città con più verde pubblico? Comprati gli alberi. E pensare che la parola "regalo" mi "suonava" così bene...

10 novembre, 2009

Improvvisa-mente

"Improvvisamente è come se tu mi aiutassi dinuovo ad immaginare una vita diversa, è come se la tua voce mi dicesse che non si deve essere gli schiavi ma i padroni del proprio passato".
Ed ancora, come disse il saggio ..."Non è il supporto che conta ma ciò che vi è scritto".

11 ottobre, 2009

Meat the truth

Se ne consiglia la visione a chiunque abbia anche soltanto un briciolo di interesse nei confronti del pianeta e di ciò che sta realmente succedendo, a chi non è vegetariano e neanche lo vuole diventare ma che vorrebbe conoscere, anche solo per curiosità, le vere cause dell' "effetto serra", a chi ha tempo da perdere per scoprire che alla fine non l' avrà perso !!!

02 ottobre, 2009

Sgarb-ata

Eccolo, in quella grande sala luminosa, in un angolo, alla mia sinistra, in basso...Eccolo. Ansiosa all' ingresso nel comprare il biglietto, non vedevo l' ora di "incontrarlo" e di venirne rapita. Incantata, attonita, stupita: esattamente bello come in cartolina, forse ancor di più. Mi sono commossa, "lacrima facile" ha colpito ancora, mi sono commossa davanti ad un quadro. Intenso, passionale, struggente ma anche delicato, dolce, romantico: un bacio, "Il bacio" di Hayez. Mi sono soffermata a godermi ogni suo più piccolo particolare, come se improvvisamente fossi sola davanti alla magnificenza di quest' opera, questo capolavoro, un' incredibile storia d' amore raccontata a pennellate. Ho visto il "Cristo morto" del Mantegna all' ingresso della Pinacoteca di Brera, due stanze prima ed il Cenacolo Vinciano, il giorno seguente, ma, credetemi, benchè io di arte ne sappia ben poco e le mie conoscenze attingano soltanto ad una preparazione scolastica, ho provato un' emozione così forte da sentire un brivido lungo la schiena e da non riuscire davvero a trattenere le lacrime nè ad allontanarmi, distogliendo il mio sguardo ingenuo ed incredulo per portarlo su un' altra tela. Sono reali? E' la mia immaginazione a renderli così belli ed ispirati nel sfiorarsi con le labbra? Credo che soltanto dinnanzi ad un alba o un tramonto, al mare, ad un albero, io sia riuscita a provare ciò che ho provato al cospetto di quelle due figure così perfette, silenziose ma dal cuore molto molto rumoroso. Al di là del tempo e dello spazio, in una dimensione lontana, soprannaturale, l' essenza del sentimento, quel sentimento che troppo spesso oggi giorno viene bistrattato, umiliato, offeso, deriso e criticato e pensare che è tutto ciò che di buono ci resta, la sola cosa per la quale valga davvero la pena di vivere, il riassunto delle puntate precedenti, la cintura di sicurezza da indossare durante un viaggio verso l' ignoto, una parola che significa "speranza".

27 settembre, 2009

Caos

"L' incanto che si prova in tali momenti confonde la mente: se l' occhio cerca di seguire il volo di una farfalla varipinta ecco che è catturato da un albero o da un frutto sconosciuto, mentre si osserva un insetto lo si dimentica per guardare il fiore ancor più sconosciuto su cui esso si arrampica, (...) la mente è un caos di delizie !".

03 settembre, 2009

Era più o meno settembre...

"Era più o meno settembre, ero più o meno felice".
Non mi aspettavo quella sua telefonata, non mi aspettavo quell' sos bisbigliato, timido, sofferto, presagio del suo disagio. "Passa quando vuoi, io sono qui".
Non so perchè, a notte inoltrata, cresca in alcuni di noi il desiderio di confidenza, la capacità di mettere a nudo le proprie emozioni, l' umiltà nell' ammettere i propri sbagli e le proprie debolezze. Sarà il buio, sarà il silenzio o forse, soltanto, quel sentirsi un po' meno osservati e un po' più liberi: lei a mezzanotte bussava alla mia porta e io le aprivo.
"Disturbo?" - "No, affatto, stavo scrivendo".
Non c'è bisogno che le dica di accomodarsi perchè lo ha già fatto, sul mio divano verde, fissa il pavimento, alla ricerca di un qualcosa che io proprio non riesco a vedere, come invece riesco facilmente a percepire la sua tristezza, lo sconforto, la malinconia, mista alla rabbia, di chi gioca ma poi perde, lei sicuramente non aveva vinto e forse non si era nemmeno divertita così tanto a giocare.
Seduta accanto, aspetto silenziosa che mi racconti ciò che desidera condividere ma le sole parole che escono dalla sua bocca arrossata dai morsi sono "Era più o meno settembre, ero più o meno felice".
Questa frase per me non ha davvero nessun significato, non posso toccarla, non posso classificarla, non posso decifrare il messaggio che vorrebbe trasmettermi, sono parole solo parole e spesso le parole non significano proprio ma proprio niente.
Passano i minuti o le ore, rendersi conto se lei sia lì seduta da un' ora o da un giorno è quasi impossibile, lo sguardo non si distoglie, la bocca rimane socchiusa, sembra stia ripercorrendo con la mente un lontano, ormai lontanissimo istante della sua vita, un istante che forse non crede più possibile di aver vissuto proprio lei, forse "quella" era un' altra, una che oggi non fissa il pavimento, una che ha sempre le risposte giuste ad ogni "perchè", una che non sbaglia.
Credo che la chiave dell' insuccesso sia riposta in un lungo, sospirato "Adesso accanto al mio nome non ci sarà nemmeno più un ricordo, adesso il mio nome saranno 6 lettere, 6 stupidissime lettere che non si significano nulla esattamente come tutte quelle parole". Cerco di evitare di essere cinica e di suggerirle un "E' la vita" perchè credo che questo le sia già stato detto e che non riesca più, o meglio, non sia mai riuscito, a darle alcun conforto.
Le copro le spalle con una vecchia coperta nella speranza che almeno questa la faccia sentire un po' meno sola.
"La cosa più brutta è essere stata dimenticata e cancellata, quella più bella, aver sentito tutto quel calore. E' più o meno settembre, sono più o meno felice".
Si alza, sorride e la porta si richiude.

Soddisfazioni

27 agosto, 2009

03 agosto, 2009

www

Venerdì consegnerò il "prodotto finito" alla mia "cliente" che spero ne rimarrà soddisfatta. Il progetto si è sviluppato in diverse fasi: dall' elaborazione alla produzione, dall' idea alla realtà. Circa quattro mesi fa, non ricordo con precisione, ci siamo ritrovate intorno ad un tavolo rettangolare, non penso sia necessario che questo sia sempre rotondo e con carta e penna abbiamo impostato il discorso che fino ad allora era rimasto verbale. "Chiara, ti faccio un sito, ti va?" insomma, come se le parlassi di una torta, proponevo ad una delle mie più care amiche di "osare" e conquistare quello spazietto che ormai quasi ognuno di noi, in modi diversi, ha nel web. Incredula, stupita, contenta credo, mi ha chiesto: "Simo, ma ne sei capace?" risposta: "A dir la verità no, ma con due dritte, ci posso provare". Dopo la fatidica domanda che le ho fatto "Come ti piacerebbe che venisse?" mi sono lasciata andare, guidata dall' entusiasmo e da un briciolo di fantasia.
Fase I: "Stefano scusa so che hai da fare ma che programma uso per fare un sito internet ?"...silenzio. "Ehm, scusa Ste vorrei fare un sito ma non ne ho mai fatto uno prima d' ora e sinceramente..."...più silenzio di prima. "Steee!!! Mi aiuti???". Risposta: "Tu? Un sito?" perplesso all' inizio, credo orgoglioso ora. Il programma usato: http://www.microsoft.com/downloads/details.aspx?displaylang=it&FamilyID=28ca49cc-5f30-4b1f-a569-e7fdc83cef4f.
In principio ci ho lavorato come se avessi a che fare con una banalissima pagina di Word in cui spazi, interlinee e dimensioni carattere non rispondevano sempre alla mia volontà, mi sono chiesta spesso perchè per centrare un' immagine dovessi richiamare il codice di progettazione e non semplicemente cliccare sull' icona "centra" e tutt' oggi non mi sono ancora data una risposta. Il codice: brividoooo!!! Un insieme di serie alfa-numeriche, incomprensibili in principio, divertenti una volta che se ne capisce il significato. Il codice è, per dirla in breve, ciò che sta "dietro" e rende possibile il "davanti". Ho creato un home-page soddisfacente in quattro giorni circa, scegliendo un' immagine piuttosto che un' altra, uno sfondo che rendesse, un carattere pulito che ricordasse il naturalista di un tempo, chino su una vecchia macchina da scrivere, per ultimare una tesi o un articolo per una rivista. Sfondo: tipo foglio da disegno ruvido, grezzo, ecru. Carattere: courier new con dimensioni da small a xx-large, a seconda della necessità.
Ad ogni novità avvertivo la mia "cliente" per raccontargliela e chiedere, ovviamente, il suo parere e il benestare per procedere. Pochi riferimenti: la home, una sorta di biografia, le collaborazioni, i progetti in corso, una bella galleria, 3 pagine dedicate a fumetti e favole sempre a tema naturalistico, un guestbook e i contatti. Fin dall' inizio avevo deciso di completare tutte le pagine prima della pubblicazione, seguendo la filosofia del "poco e semplice ma buono e finito". Ci ho lavorato ovviamente nel tempo libero, a volte la sera, a volte la domenica mattina aspettando il risveglio del coniuge e di tutto il resto del mondo. Ci ho lavorato volentieri perchè ci ho creduto, sempre. Per la galleria ho avuto qualche piccola difficoltà ma Microsoft Expression Media 2 si è rivelato un buon prodotto (rido, perchè in realtà non mi intendo di nulla di ciò che sto scrivendo ed i miei sono i pareri di una contabile, mancata naturalista, che improvvisando prende confidenza con un mondo che proprio non le appartiene). http://www.microsoft.com/italy/products/expression/.
Ieri sera ho sfogliato pagina per pagina il mio lavoro, ho riletto ogni singola battitura e valutato margini ed interlinee e stasera so che lo rifarò fino a venerdì. E' stato bello creare, è stato bello sentirmi chiamare webmaster senza neppure conoscerne il significato ma soprattutto è stato bello credere così fortemente nelle capacità di un'amica ed anche un po' nelle mie.

02 agosto, 2009

Scrivi

"Nulla dies sine linea"
(Non lasciar passare neanche un giorno senza scrivere una riga).

31 luglio, 2009

In sintesi

Non farò un riassunto delle "puntate precedenti" vi e mi annoierò raccontando di giornate passate in fretta senza capo coda, senza colpi di scena avvenimenti di particolare interesse. Ho compiuto trentacinque anni all' ombra di un dolore, nascondendomi dietro a larghi sorrisi e a tanti "grazie", mi sono divertita alla festa a sorpresa organizzata dai miei amici più cari, che sanno sempre cosa mi fa star bene e difficilmente mi deludono, mi sono giunti auguri, regali ed è comparsa una rughetta in più sotto ai miei occhi sempre stupiti, curiosi, speranzosi e, ultimamente, spesso annacquati. Non ho prestato attenzione a chi se n'è ricordato e a chi no, ho apprezzato il ricevuto e, nemmeno per un istante, criticato o giudicato l' indifferenza. Credo fermamente che ci siano cose a cui non riuscirò mai a dare una spiegazione convincente ma quello che da me "parte" o è partito in passato, anche se non torna e non è più tornato, è partito spontaneamente, sinceramente, senza alcun bisogno di essere contraccambiato. Questa, più o meno, è la sintesi di un compleanno.
In visita dai miei genitori, la cerco ancora, mi trattengo dall' afferrare il guinzaglio per portarla a fare la sua passeggiatina delle due e dal cedere alle lacrime quando il mio nipotino, di soli tre anni, mi fa coraggio dicendomi "zia Bubi, Cabì è dal dottore ma vedrai che torna", il mio sguardo involontariamente striscia sotto il tavolino del salotto e il mio orecchio spesso crede di sentire l' incedere del suo passo che fa scricchiolare il parquet, insomma Cabì non passa e non passerà mai. Questa è la sintesi di un' assenza a cui non mi abituerò.
Cerco distrazione lavorando a testa bassa per il sito di Chiara a cui ho promesso che l' avrei finito entro le mie vacanze estive, quindi tra meno di una settimana, spero di riuscire ad essere come sempre puntuale nonostante la mia autocritica mi obblighi ad apportarne, quasi ogni giorno, piccole modifiche. Novità: abbiamo trovato uno spazio in cui esporre. Dopo tanto peregrinare la risposta alle mail "della speranza" spedite un po' qua e un po' là: la biblioteca civica Passerin d' Entrèves ospiterà la prima "personale" di Chiara dal 21 ottobre al 12 novembre. Sono orgogliosa di lei, della sua passione e della sua bravura accompagnata da una modestia assai rara in campo artistico. Aspettiamo settembre per divulgare inviti e locandine, anche se qualcuno ha già ricevuto una "soffiata", dato il mio entusiasmo sempre incontenibile, non per farmi notare ricordare, solo condividere e, ironia della sorte, forse sarà l' unica persona che proprio non ci sarà. Spero si riveli un successo, magari il primo di una lunga serie. Questa è la sintesi di un ricordo e di una speranza.

12 luglio, 2009

Un grillo di nome Cabì

Come mi sento? Mah...Difficile a dirsi, difficile a capirsi. Mi sento sola nonostante io non lo sia affatto. Mi sento come se una stanza del mio cuore fosse rimasta improvvisamente al buio per colpa di una lampadina fulminata che, ahimè, non posso più sostituire. Mi sento impotente dinnanzi al tempo che scorre, impreparata nonostante quella voce , in me, sussurri di continuo "succederà...". Mi sento rassegnata. Non pretendevo comprensione nè consolazione ed è stato commovente constatare invece che al mondo ci siano persone ancora meravigliosamente affezionate ai sentimenti, ancora sensibili, ancora desiderose di trasmettermi tutto il loro affetto ed il loro conforto in mille modi differenti ma ugualmente efficaci anche "soltanto" per la perdita improvvisa del mio cane. Sono consapevole del fatto che esistano situazioni più gravi, perdite più ingiustificabili ma il dolore è pur sempre dolore. Io non misuro la sua intensità in base agli eventi: arriva, ti travolge e puoi solo subirlo. Non giudico certo chi non mi capisce, chi pensa "era solo un cane", chi "al mondo succedono cose peggiori", lo so, ma questo non significa che sia necessario stilare una graduatoria. E' doloroso, punto e basta e non passerà, magari cambierà la sua intensità, sfumeranno i suoi contorni ma non passerà con l' avvento di un nuovo dolore. Ieri ho pensato che non le avrei più scattato una foto, che non l' avrei più sgridata per la sua continua richiesta di cibo o per il suo "richiamo", piuttosto rumoroso, rivolto alla scatola dei biscotti nascosti nella credenza..."Cabì basta! Tanto i biscotti non ti rispondono!". Cose stupide insomma, ricordi che riaffiorano senza che io li stia a cercare, inutili "melensaggini" che non potranno certo riportarmela qui anche soltanto per un' ultima carezza. Mi dispiace essere patetica, mi dispiace non riuscire a scrivere in questo momento nulla di divertente o socialmente utile, perdonate quindi il mio sfogo e gli altri che verranno. Che mi stia aspettando da qualche parte o che stia giocando con qualche altro cane speciale, altrove, questo poco importa, lei ora, per me, è un ovunque: ieri sera sul davanzale della mia finestra, al quinto piano, in pieno centro città, mi ha dato la buonanotte...un grillo di nome Cabì.

07 luglio, 2009

Una corsa tra le nuvole

"Sapevo che non si sarebbe rassegnata all' idea di lasciarmi andare, sapevo che avrebbe tentato il tutto per tutto e che, alla fine, sarebbe rimasta delusa per non esserci riuscita. Doveva essere una vacanza, mi sarei riposata sotto un tiepido sole, avrei abbaiato ai gabbiani e rincorso un' onda in riva al mare, niente di più: cose semplici che mi avrebbero fatto bene ed invece...Flebo di calmanti, tremori in tutto il corpo, una gran confusione ed il riconoscere a stento coloro che mi amavano davvero. Un vero disastro! Cosa mi sia successo esattamente non l' ho ben capito neppure ora che la vedo piangere per la mia assenza, disperarsi davanti ad una foto, rispondere con un "Grazie" a tutti coloro che cercano di starle accanto, condividendo il suo dolore. Me lo aveva promesso, avrebbe preso la decisione giusta al momento giusto, avevamo fatto un patto quando ero entrata timidamente a far parte della sua vita dodici anni fa ed invece oggi ha tentennato, ponendosi un sacco di interrogativi, cercando conferme ovunque, evitando di guardarmi negli occhi e capire, capire che il momento forse era arrivato, il momento di decidere lei per me e lasciarmi andare, per allontanarmi ma non perdermi.
Io sono già altrove, dove lei vuole immaginare che io sia: a rincorrere un gabbiano o a scavare buche rotolandomi tra le nuvole. Mi sarebbe piaciuto starle ancora accanto, perchè so che aveva ancora tanto bisogno di volermi bene." Cabì.
Grazie al Dott. Pierbattisti, il suo veterinario dal buonumore contagioso, alla Dott.ssa Mangiola del C.V.I. che le ha prestato le prime cure dopo la prima crisi epilettica, al C.V.T. di Torino, disponibile fino a tarda ora, al Dott. Bianco, il veterinario di Toby, alla Dott.ssa Lotti ed al Dott. Zanella, gli ultimi che insieme a me, hanno accarezzato e salutato Cabì. Grazie di cuore a tutti coloro che sanno cosa vuol dire perdere un amico a 4 zampe ma anche a chi non lo sa e semplicemente mi vuole bene e mi sta vicino, fisicamente o moralmente, grazie a chi ha amato Cabì come l' ho amata io e a chi l' ha semplicemente accarezzata, anche soltanto una volta, ma in quella volta ci ha messo affetto e simpatia, grazie a tutti di tutto cuore.

04 luglio, 2009

Io sono qui

Continuo a leggere e rileggere articoli, guarigioni miracolose e testimonianze rassegnate ed io invece, non riesco proprio a rassegnarmi. Rassegnarmi all' idea di perderla, di non poterla neanche accarezzare per un' ultima volta, di non averla più come compagna di viaggio, di lasciarla andare. Siamo distanti 200 km ed io, dio, come vorrei essere al suo fianco. Epilessia: una crisi definita "a grappolo" la cui causa al momento è ancora da stabilirsi, arrivata oggi alle 19,30, sotto gli occhi preoccupati e sconcertati di mia madre. "Simo, Cabì non sta bene. E' dal veterinario". "Arrivo!". Quello di partire e raggiungerla è stato il mio primo pensiero e lo è tutt'ora. Anche per lei quella al mare doveva essere una vacanza, insieme ai miei, ed invece attualmente Cabì è ricoverata alla Clinica Veterinaria di Imperia, sotto Valium, che aspetta l' esito degli esami del sangue, sola e la sua solitudine mi fa stare male. I miei genitori e mia sorella so che le sono accanto, che sono intervenuti tempestivamente nel portarla dove occorreva ma...io sono qui. Inutilmente cerco di reagire, inutilmente cerco di allontanare da me i pensieri più catastrofici, inutilmente riguardo le nostre fotografie insieme cercando di non piangere. Domani avremo i risultati: un tumore ai reni o al fegato le cause più probabili oppure alla corteccia cerebrale. Non credo che coloro che non ne possiedono, nè ne hanno mai posseduti, possano capire esattamente ciò che si prova quando il proprio cane sta male: un senso di impotenza, di preoccupazione latente, di ansia, già di solitudine. Stanotte non chiuderò occhio, la penserò di continuo ed ancora verserò le mie lacrime e tutto questo a lei non servirà a nulla. Adoro quella creatura invadente, sovrappeso, chiassosa, vivace, adoro ogni suo sguardo, ogni suo guaito, ogni pelo del suo corpo. La adoro da dodici anni, da quando è entrata a far parte della mia vita! Sono qui ad accarezzarla con i nostri ricordi insieme. Coraggio piccola mia!

01 luglio, 2009

Acqua dalla luna

Piove su Torino senza sosta da quasi cinque ore: io scrivo, o meglio, descrivo. La giornata è iniziata con una leggera brezza mattutina, il sole tiepido già faceva prevedere l' esplosione dei suoi raggi e del suo calore verso il mezzogiorno. Così è stato: un caldo afoso ed appiccicoso. Alle diciotto però le nuvole hanno incominciato a girare, a guardarsi intorno smarrite, a cercare l' astro che ormai se n' era andato altrove, probabilmente a tramontare sul mare anzichè in periferia. Improvvisamente il cielo ha cambiato colore ed un violento tuono ci ha quantomeno avvisati dell' arrivo di un temporale. Dal cielo prima acqua, poi ghiaccio, un rumore sordo come se qualcuno lassù facesse i pop-corn. Adoro i cambiamenti climatici, adoro il sole che mi scalda esattamente come la pioggia che mi bagna, adoro ciò che inaspettatamente mi coglie impreparata e mi lascia senza fiato, adoro ciò che non posso controllare e che ancora, nonostante gli studi, non mi riesco a spiegare. Grazie ad un ombrello, gentilmente offerto da Gianna Stravolta, sono arrivata a casa, piano piano, con calma, passeggiando sotto la pioggia. Un ombrello giallo del colore del sole che cercava di proteggermi da qualcosa che comunque non mi stava facendo alcun male. Intorno a me persone di corsa, auto sfreccianti, tutti alla ricerca di un riparo, tutti ma non le foglie degli alberi, non i robusti e coraggiosi tronchi, non io. Ho sentito la mia camicia di cotone leggera aderire alla mia pelle trasformandosi quasi in un suo secondo strato, i jeans inzupparsi come se fossero appena usciti dalla lavatrice, i miei sandali ammorbidirsi e perdere forma, i capelli ribellarsi alla piega, contorcersi ed annodarsi in boccoli ribelli. Non ho pensato neppure per un istante a correre a casa, a rifugiarmi ed aspettare un' interruzione di quanto mi stava scivolando addosso in quel momento, sotto la pioggia si sta benissimo! Anche ora piove acqua dalla luna.

28 giugno, 2009

Giacomo & Bono


"Spettabile commissione, ho diciott'anni e sono innamorata. Non lo sono certo perchè in questi cinque anni di liceo scientifico, seduta ad un banco di formìca verde, ho letto e ripetuto frasi celebri, sdolcinate ed, in certi casi, strazianti, alla platea composta dai miei cari compagni diretti dalla Prof di italiano e latino, che insieme mi hanno convinta su quanto fosse straordinario questo sentimento, lo sono piuttosto, perchè un giorno mi sono guardata intorno ed ho capito che l' amore è ovunque e non mi restava altro da fare, che piegarmi al suo volere. La natura chiede amore ed allora mi ritrovo a cantare il "Sabato del villaggio" di Leopardi alla mia stanca primula gialla che, nel suo stretto vaso di terracotta appoggiato sul davanzale della finestra della mia stanza, cerca di sopravvivere ad un altro inverno che verrà: canto e non recito perchè, se la poesia è amore, per me, anche la musica lo è, un archetto che sfiora la corda di un vecchio violino come due bacchette nervose percuotono la pelle tesa di un tamburo, mia madre spesso mi invita a smetterla ma la mia vocina, non così celestiale, sulle note degli U2, improvvisa "La donzelletta vien dalla campagna...". A mio avviso è proprio in questo caso che, tra l' altro uno dei miei autori preferiti, ha cercato di staccarsi di dosso quella scomoda etichetta con su scritto "Pessimismo cosmico" che lo voleva sempre triste, solo, ammalato e dilisilluso, a causa di un amore impossibile. Che sciocchezza! L' amore dona felicità anche se non corrisposto e lui lo sapeva: la voce tremula, i crampi allo stomaco, le lacrime inspiegabili, lunghi ed interminabili sospiri nell' attesa di un arrivo o magari un ritorno, l' amore è meraviglioso anche se fa soffrire perchè riesce a smuovere l' anima che, ormai troppo spesso, ai giorni nostri ma forse anche allora, resta immobile dinnanzi ad un' emozione. La condivisione lo rende stabile e dalla bellezza incommensurabile ma, vittime del destino, non si può certo rifuggerlo se arriva, ci sbatte contro e tristemente non rimbalza ma ci si incolla addosso. Lo si cerca di contrastare con l' odio ed allora Catullo..."Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi. Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento" ma francamente l' odio che scaturisce da un amore non è poi così credibile e pericoloso, soltanto un ulteriore escamotage, forse nella speranza di riuscire a soffrire di meno. (...)"

Mi diverto, non sapete quanto e tutti gli anni, da un po' di tempo a questa parte, non ne riesco a fare a meno, ridete pure, l' hanno già fatto tutti coloro a cui ho raccontato questa mia bizzarra abitudine di svolgere una delle tracce affidate ai maturandi. Anch'io stasera, un po' in ritardo rispetto all' inizio delle prove scritte, a causa di impegni di lavoro, ho iniziato il mio tema che ancora però non ho consegnato...Da inguaribile romantica ho scelto quello sull' innamoramento e con una sorta di "licenza poetica" mi sono catapultata nel passato, quando già credevo nell' amore ma forse ne assaporavo maggiormente le sfumature.
(Continua...forse)

27 giugno, 2009

Ode al vento dell' ovest

(...) "Fossi io una foglia che trasporti, o vento,
fossi una nube che segue il tuo volo
fossi un'onda gonfiata dal tremendo
tuo soffio: e fossi anch'io potente, solo,
libero come te, che mai nessuno ha incatenato!
Un tempo, vagabondo, correvo
e ti seguivo lungo il cielo:
tu percorrevi a passi azzurri il mondo
e sognavo di starti al fianco.
Ma ora sanguino fra le acute spine, stanco:
ti prego, alzami, vento, come un'onda o una foglia,
o una nuvola!
Io gemo, da una catena d'ore imprigionato,
io che ero come te: orgoglioso e libero,
come te: coraggioso e mai domato".
(...)

19 giugno, 2009

Uao !

Non so esattamente cosa vorrei scrivere in questo momento, a quest'ora (per intenderci quella famosa "non ora") e forse non dovrei neanche farlo. Quello che so è che è da un po' di giorni che mi racconto, strada facendo, l' inizio di un romanzo rosa scritto in modo obsoleto, melenso, ben poco intenso, dalla trama sdolcinata e davvero di scarso spessore. Una vera "schifezza" letteraria e, volendo fare un semplice paragone, Harmony in confronto è "La Divina Commedia". Mi sono immaginata persino chi l' avrebbe letto e commentato con una sola e semplice esclamazione "Che porcheria!". Ho pensato, intervallando il racconto a momenti di lucidità, che le parole ed i pensieri non dovrebbero essere sprecati in questo modo, insomma, anche prima di parlare tra me e me, dovrei pormi la fatidica domanda: "Ha un interesse utile e tangibile cosa sto per pensare e dire? No? E allora, meglio non pensare a nulla". Hi, hi, hi, bizzarro, tipico esempio del mio vizio di sproloquiare anche senza un interlocutore, non è affatto questo quello che avevo in mente...Ma, come è mio solito fare, prendendo in giro me stessa quando faccio la seria, adesso, in questo preciso istante, anzichè far scivolare le dita sulla tastiera, uscirei sul balcone e guardando un non-punto, fissando un non-orizzonte, esclamerei soltanto "Uao" che, di per , davvero, non significa nulla. Per mille ed una sola ragione, per un sorriso ora rivolto a qualcun altro ma pur sempre molto carismatico, per un non-ricordo, per una non-amicizia, per un' assoluta non-nostalgia, per qualcosa che non si vede e non si sente, non la si può immaginare ed ho persino paura a pensare "c'è"...e piango. In lontananza.

17 giugno, 2009

Elogio della follia

"Osservate con quanta previdenza la natura madre del genere umano ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia.
Infuse nell'uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe.
Se solo fossero più fatui, allegri, dissennati, godrebbero felici di un'eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della follia.
Il cuore ha sempre ragione..."

15 giugno, 2009

Verde vita

Quando scrivo, che sia notte oppure giorno, non guardo mai l' orologio e questo perché temo che la sola vista delle lancette acceleri in qualche modo la stesura delle mie parole, mettendomi fretta di arrivare alla fine. Quando si scrive, a mio avviso, l' ultima cosa a cui bisognerebbe prestare attenzione è il tempo che passa, le ore che scorrono, il nuovo giorno che arriva o il vecchio che ci lascia. A me succede così: quando scrivo è come se mi trovassi in una condizione a-temporale dove concetti come tempo e spazio non hanno più alcun significato, come se galleggiassi sui miei pensieri, come se parole in corsa, solo nella mia testa, sentissero il bisogno impellente di uscire, a volte come un urlo nel silenzio, altre volte come un bisbiglio in un orecchio. Credo sia l' abitudine che ponga un freno ai nostri istinti: l' abitudine di sostenere che un' ora piuttosto che un' altra sia ideale per andare a dormire e spegnere la luce e le idee, l' abitudine di attribuire sostantivi come "tardi" ad un qualcosa senza confini come il tempo, l' abitudine di rimandare l' "adesso" a "poi". Stamattina andavo in ufficio, come tutte le mattine: lo stesso viale, gli stessi volti, sull' asfalto ormai è come se fosse disegnato il mio percorso da seguire, come in quel vecchio gioco per bambini dove prima disegnavi, su una specie di mappa della città, una linea continua e poi ci posavi sopra la macchinina che partiva per il suo, più o meno, lungo viaggio. A me succede la stessa cosa: percorro la mia linea retta e, una volta arrivata alla rotonda, uno sguardo a destra ed uno a sinistra e l' attraversamento decisa, ma stamattina..."Signorina, è rosso!", impossibile! Ci sono 4 semafori da circa 3 mesi o forse più, belli, iper tecnologici, ma ahimè non funzionanti, inutili, sempre lampeggianti di un bell' arancio vivo, sollevo lo sguardo e...rosso. Stasera, al mio rientro a casa, tutto era di nuovo come prima, come ieri: 4 inutili presenze, lampeggianti, ma per un attimo stamattina i semafori hanno vissuto. Abitudine, routine, assenza di sorpresa e stupore. Non mi vorrei più affidare all' abitudine e non solo perchè oggi ho rischiato di essere investita ma piuttosto perchè, forse, il non dare più nulla per scontato magari riserva davvero delle sorprese, belle o brutte che si rivelino poi ed io non smetto di averne bisogno. "Abitudine" è già di per sè una parola noiosa, in cui si cerca una qualche sicurezza ma alla fine è come se ci si sedesse sulla solita vecchia poltrona già un po' sgualcita e polverosa, sicuri certo, ma pur sempre annoiati. Spesso per abitudine non si da più alcuna importanza a ciò che capita, a ciò che magari ci lascia indifferenti ma che in realtà ha dell' incredibile proprio com'è incredibile che io, figlia di un orologiaio, abbia in questo momento l' orologio in un cassetto, che mi senta più sveglia di quando suona al mattino la sveglia e che una giornata di lavoro, come quella di oggi, non pesi affatto nè sulla mia mente nè sul mio corpo. Mi consola e rallegra il fatto che milioni di persone, in questo momento, abbiano chiuso, proprio come me, la loro stanchezza in quel cassetto insieme all' orologio e che si affidino, magari non così solitari, ad una notte di sorprese in cui nulla di ciò che diranno o scriveranno sarà dettato dall' abitudine. A loro auguro che il semaforo sia sempre verde, di un bel "verde vita" e mai lampeggiante a tradimento mentre io, rincorro le mie "sorprese".

07 giugno, 2009

Una croce sopra

Non ho mai considerato l' argomento "politica" interessante tanto meno così coinvolgente da sentire il desiderio di parlarne. Sono attualmente lontana chilometri e chilometri da qualsiasi partito e dai relativi leader, ritengo che nessuna critica attualmente mossa da una fazione piuttosto che da un'altra, si sia rivelata costruttiva e quindi tanto varrebbe non farla, senza contare che ormai l' affermare che ci sarebbe bisogno solo di qualcosa di nuovo, di qualcosa di coinvolgente ed innovativo è considerato "banale". Quindi riassumendo il mio pensiero politico, mi ritengo un' estremista assai banale, che ultimamente sta scomoda sia a destra che a sinistra ed al centro, non c'è mai stata. Anche oggi si vota: ho il seggio sotto casa, potevo scendere in ciabatte e pantaloncini, infischiandomene della formalità e del rispetto nei confronti di un gesto considerato ancora da alcuni un "dovere" da bravi cittadini. Svogliatamente con carta d' identità un po' logora e scheda elettorale stropicciata, ho varcato la soglia di quella stessa scuola nel cui cortile hanno tagliato i miei affezionati alberi. Imperturbabile, senza esitazioni, sono entrata nel seggio, ho posato il cellulare, consegnato i miei documenti e...cosa???Una matitina della lunghezza di circa 10 cm vecchia e sporca e due chilometriche schede elettorali, due lenzuola o comunque un lenzuolo la scheda gialla ed un fazzoletto quella grgia, ma com'è possibile? Ho avuto l' istinto di pronunciare un "No, grazie" girare i tacchi, riprendermi ciò che era mio e salutare cordialmente i ragazzi presenti. Preistoria. Mi avessero consegnato una stele ed uno scalpello o una tavoletta di cera ed un punteruolo, avrei provato lo stesso sdegno. Carta, carta, carta...chilometri di carta, in questo caso spessa, rigida, difficile persino da piegare ed imbucare nell' urna. Mi domando se sia io a farci più caso ultimamente o se lo spreco sia diventato una sorta di provocazione per suscitare una reazione da parte di chi invece continua ad essere indifferente. I simboli non erano nemmeno così numerosi, avrebbero potuto essere ugualmente ben riconoscibili anche in uno spazio più ridotto e comunque ci riteniamo così avanti con la tecnologia e ancora usiamo carta e penna o meglio un residuo di grafite definita "speciale" perchè indelebile e praticamente un cartoncino. Uno schermo o una tastiera su cui "cliccare" sul simbolo prescelto esprimendo così, ecologicamente, la nostra preferenza è un' idea banale vero? Pare che questo sistema venga attualmente usato solo negli Stati Uniti e che ahimè sia sotto accusa per questioni di brogli. Come se qui da noi, tra un mese, non sentiremo al telegiornale che sono state ritrovate schede votate in qualche scantinato o che è tutto da rifare per il solito, subdolo, mercato della compravendita dei voti. Per evitare brogli che continuano ad esserci, stampiamo schede-lenzuola. Che assurdità! Ahimè sono polemica, lo sono sempre stata, ma il non riuscire ad avvertire il minimo cambiamento neanche in ciò che sembrerebbe ovvio, lo trovo deprimente e mi chiedo chi ha varcato la mia stessa soglia, oggi pomeriggio, con il sorriso sulle labbra e nel cuore una miriade di speranze, a chi o a che cosa stesse realmente pensando. Io ho pensato: dietro al simbolo non c'è più un albero ed è su quello che sto mettendo una croce sopra, ma io, si sa, sono molto molto banale.

06 giugno, 2009

Un anno di blog

Sono emozionata e confusa, aspetto questo momento da un anno e finalmente...Salgo in fretta le scale, il peso delle borse della spesa non rallenta la mia scalata, trafelata apro la porta di casa. Sistemo tutto ciò che mi occorre per preparare la cena in frigorifero e mi dedico alla cura dei particolari. Ho lavato le tendine dell' abbaino, profumato l' ambiente al gelsomino, comprato nuovi cuscini ed una tovaglia a quadretti bianca e blu, steso sul parquet un quadrato d' erba e, sorridente, sparso qua e la qualche candela e dei tulipani bianchi, per creare quella magica atmosfera. Cucinerò cose semplici: la mia stima con sopra un velo di maionese, il mio coraggio da accompagnare con una delicata salsa alla timidezza, qualche fetta di emozione croccante, due lacrime per salare l' insalata ed un ricordo per condire un arrosto che non ha sofferto. Sorseggeremo le mie migliori risate e, anche se come cuoca sono davvero un disastro, la mia tarte-tatin avrà il sapore del mio affetto, non sarà nauseante e patetica, ma dolce come non lo sono mai stata. Dobbiamo festeggiare anche se so, che non verrai.

04 giugno, 2009

Game-over

Non sono mai stata una gran appassionata di video games: da adolescente, al mare, frequentavo con gli amici della compagnia "storica", per intenderci quella che la si ritrova tutti gli anni più o meno compatta, la piccola videoteca del minigolf, cimentandomi ogni tanto in qualche partita a flipper o a Puzzle Bubble comunque preferendo il tavolo verde da ping pong, al fresco sotto il pergolato, dove sfogare la mia vivacità, creatività e spirito di competizione. Con l'avvento del pc, le cose devo ammettere sono un po' cambiate anche per me e così mi ritrovavo, quando i primi esami all' università me lo permettevano, a trascorrere ore ed ore davanti ad un videogioco sanguinario e complesso che però sul mio Compaq Presario "girava" piuttosto bene: Forsaken. La copertina del cd rappresentava un cuore avvolto da due giri di filo spinato, un po' macabro ad essere sincera, ma del resto lo erano anche le ambientazioni ed i protagonisti del gioco stesso. Mi aggiravo, cioè, il mio alter-ego, una sorta di punk-guerriera del futuro, un incrocio genetico tra la bella Lara Croft e l' implacabile Terminator, per i sobborghi di una città fantasma, imbracciando un kalashnikov, con un coltello tra i denti e almeno due bombe a mano infilate nelle tasche di una sexy divisa in lattice nero. Buffo, non mi sono mai vista in faccia, ma la sola visione delle mie larghe spalle faceva capire bene quanto dovessi essere determinata nell' affrontare la malavita organizzata dei robot da distruggere. Salivo e scendevo da vecchi vagoni di una metropolitana abbandonata, distruggevo ciò che potenzialmente avrebbe potuto distruggere me e tenevo sempre un dito sul grilletto, un dito sulla tastiera ed un occhio sulle vite ancora da vivere. La grafica, per una che non se ne intendeva e tutt'ora non se ne intende, era accettabile, le fiamme credibili, il frastuono dei combattimenti realistico. Mi impegnavo in quell' inutile vita parallela cercando di arrivare alla fine, alla vittoria: bè non ci sono arrivata e credo, a questo punto, non saprò mai cosa sarei riuscita a vincere o a salvare. L' unico videogioco che ho terminato, vincendo una collana di banane ed un bacio della bella Jane (bleah), è stato Tarzan, dove il simpatico eroe del cartone animato della Walt Disney, attraversava fiumi in piena affidandosi alle liane e lottava, proprio all' ultimo livello, con colui che voleva per sè la sua amata, armato solo di agilità ed un pugnale. Oggi 6 giugno 2009, si festeggiano però i 25 anni di Tetris, in assoluto il mio passatempo preferito: scoperto e sperimentato sempre sul vecchio ed ormai rottamato Presario, l'ho fin dall'inizio giudicato più che un videogioco, un rompicapo pieno di significato. Sei tipologie di blocchi da sistemare in uno spazio, anche piuttosto limitato, da ottimizzare, procedendo con ordine. Solo la mia mente disturbata pensando a Tetris pensa alla vita, creando così un parallelismo che ha dell' assurdo. All' inizio della partita scende lentamente un primo segmento, molto lentamente, c'è tempo per collocarlo ovunque si voglia, a destra, a sinistra, al centro, lui scende con molta molta calma. A seguire un secondo, poi un terzo e così via, allineandosi dove è possibile e scomparendo per lasciare posto agli altri segmenti che verranno, il tempo non rappresenta un problema ciò a cui bisogna badare è l' ordine e la disciplina, solo questo. Poi con l'avanzare dei livelli, subentra una nuova incognita "il caos", il disordine, il tempo accelera e non da tempo, improvvisamente ci si ritrova prigionieri in quel piccolo spazio. Scendono i segmenti contorti, quelli impossibili da incastrare, gli asociali, gli incompresi, quelli che non puoi far altro che impilare, uno sull' altro, destinati a farti perdere la partita creandoti delle difficoltà. Pensate...Quando si nasce e poco dopo, tutto scorre pian piano, gli eventi scendono in noi lentamente creando un substrato, un terreno fertile, ordinato e ben distribuito su cui organizzare tutto il resto che verrà, difficilmente ci si lascia distrarre e si riesce, date le scarse responsabilità a cui si è chiamati, a "gestire" il presente senza troppa fretta nell' attesa che qualcos' altro succeda e cambi la nostra vita. Quello che succede è che si cresce, si avanza di livello, il tempo allora sì che diventa un problema da gestire, l' ordine spesso ci abbandona, dobbiamo "organizzare" i pezzi del nostro puzzle, affrontando il presente e ahimè sotterrando il passato. Quelle file così ben organizzate restano un ricordo e non c'è la possibilità di farle riaffiorare, non c'è la possibilità perchè non c'è tempo. Quando vorremmo veder scendere un semplice e gestibile cubo ci capita un segmento sghembo, quelli ad "S" per intenderci, quelli che ci lasciano interdetti e nasce spontanea la domanda "dove lo metto?", lo impilo e spero in qualcosa di meglio, nel famoso cubo o ancor meglio nel lungo parallelepipedo. Fateci caso la prossima volta che giocherete a Tetris e, magari, riuscirete a capire cosa intendo. Attenzione ad impilare, non si risolve nulla così e si ottiene soltanto di finire precocemente quella che poteva rivelarsi una gran partita. Game-over.

03 giugno, 2009

03.06.1997

Quando ancora qualcuno ci domanda "Ma voi come vi siete conosciuti?" rispondiamo scambiandoci uno sguardo d'intesa ed un sorriso, per l' originalità della mia risposta, che è poi sempre la medesima: "Ho trovato Ste in canile, l' ho salvato dall'abbandono!". Anche se oggi, dopo 12 anni, penso sia stato piuttosto lui a salvare me e non viceversa, ricordo che è andata davvero, più o meno così...Entrambi frequentavamo il Corso per diventare Guardie Zoofile dell' Enpa e questo significava non solo serate passate ad ascoltare lezioni di avvocati e veterinari, etologi e zoologi, prendendo appunti, ma anche dedicare qualche ora nel week end al volontariato in canile. Quella mattina alle nove ero già a pulire le gabbiette dei gatti, svuotare le lettiere e riempire le ciotole di crocchette, malvestita per l' occasione, con una maglietta slavata blu di una famosa squadra di basket, un paio di jeans strappati e rattoppati non certo per moda ma per varie disavventure, capelli raccolti e tenuti nascosti sotto un cappellino da baseball, anfibi: davvero poco femminile, poco affascinate, per nulla sexy. "Simo! C'è da andare all' Anubi, un caso disperato...", "Eccomi! Arrivo". Quando il capo delle guardie ordinava noi volontari obbedivamo e così, sfilati i guanti di gomma e posata la scopa, avevo già in braccio un cucciolo di poche settimane affetto da gastroenterite. "Fatti accompagnare da Ste, lo trovi nel box 22". Ste? E chi è? Sinceramente avevo solo una vaga idea di chi mi sarei ritrovata davanti nel box 22. "Scusa, dovresti accompagnarmi all' Anubi, l'ha detto Enrico...". "Andiamo!". Alto, castano, occhialini da intellettuale, uno sguardo dolce e premuroso rivolto al cucciolo bisognoso di cure che stringevo fra le braccia e neanche un attimo di esitazione nel raggiungere, più velocemente possibile, Moncalieri per cercare di salvargli la vita. Durante il viaggio abbiamo avuto occasione di conversare un po': di animali, università, passatempi e battezzare il nostro cucciolo "Fuorché". All' Anubi hanno fatto davvero tutto ciò che potevano ma, ahimè, Fuorché, dopo una settimana di terapia, ci ha lasciati: in canile la gastroenterite, se non viene curata in tempo, non lascia speranze. Galeotto fu il box 22, il giocare ad innaffiarci con le pompe pulendo le gabbie, altri salvataggi disperati in giro per la città...il 3 giugno alle ore 21,00, Ste era sotto casa mia per il nostro primo appuntamento. Un abitino blu non troppo corto, un paio di paperine dello stesso colore, capelli sciolti, un filo di lucida labbra, il cuore che batteva forte, la curiosità di capire se mi stavo innamorando davvero. So che per timidezza quella sera ho riso tanto e detto un mucchio di assurdità, lui me le ha lasciate dire ed ha ricambiato sempre i sorrisi, fumando una Malboro dopo l' altra e sorseggiando un Martini, in un locale lungo il Po, seduti ad un tavolino, al lume di candela: l' "Imbarco 6". La serata è proseguita al Valentino, più precisamente su una panchina nel piccolo giardinetto roccioso. Il nostro primo bacio, poi un altro ed un altro ancora...passavano le ore come fossero minuti e..."Non ci avranno chiusi qui dentro, vero?, "Mah, non credo, è solo...l'una???!!!!". Siamo corsi all'entrata ed un grosso cartello che, al nostro ingresso avevamo del tutto ignorato, recitava più o meno così: "Chiusura ore 24,00". Davanti ad una cancellata di almeno 3 metri, panico ed incertezza, come avremmo fatto ad uscire? Ovviamente solo ed esclusivamente scavalcando. Ed io che volevo essere così femminile, almeno in quell'occasione, ho dovuto mettere da parte la timidezza ed affidarmi a quel briciolo di forza nelle braccia, le gambe piuttosto lunghe e ad un po' di coraggio nell' affrontare gli spuntoni in cima. Certo avessi avuto indosso i miei comodi jeans strappati tutto sarebbe stato più facile: nell' affrontare l' impresa, l' abitino blu, non mi ha di certo aiutata. Una volta sotto casa abbiamo ancora riso e scherzato sull' accaduto, su quanto fossimo stati distratti ed incauti, confusi ed un po' stupiti. Tutto è cominciato davanti al box 22 e ad uno sguardo in cui, 12 anni fa, mi sono persa.

01 giugno, 2009

Il profeta Niccolò

Cabì pascola felice scegliendo i suoi fili d' erba preferiti, non perdendoci di vista neanche per un secondo, noi sdraiati sul nostro coloratissimo plaid scozzese non ci lasciamo distrarre da ronzii di insetti e fischiettate di uccellini canterini e, tra una carezza ed una risata, proseguiamo la nostra lettura. Ieri, curiosa ed incuriosita, ho acquistato, ahimè ancora su carta, credo una delle ultime opere di Tiziano Terzani "Un altro giro di giostra". Conosciuto ed apprezzato Bruno Munari, mi accingo a godermi i pensieri e le parole di questo nuovo, almeno per me, autore. Il volume che ho scelto parla di vita ma anche di morte, due facce della medesima medaglia, 576 pagine che affronterò con la solita ingordigia che mi contraddistingue quando il desiderio di arrivare alla fine prevalica sulla fatica di tenere gli occhi aperti e le lenti degli occhiali ben pulite. Chiara, a cui ho riferito della new-entry nella mia libreria, già lo conosceva e me ne ha parlato molto bene, un motivo in più per affidarmi nuovamente all' abbraccio delle pagine quando un libro mi si apre davanti. Acquisto i miei volumi un po' ovunque, ultimamente ho optato per la libreria Coop che riserva un po' di sconto sul prezzo di copertina ai soci del supermercato, ma mi trovo a mio agio anche "Al Banco" in via Garibaldi, una sorta di passeggiata al coperto tra due lunghe file, non di alberi come in un viale, ma di volumi di ogni genere. Ieri ero proprio lì con mia madre, entrambe siamo entrate con le idee piuttosto chiare sul cosa cercare. Io ho afferrato il mio tomo dalla copertina azzurra e decisa mi sono diretta verso la cassa, mi sono voltata ma lei in mano non aveva più nulla, eppure un attimo prima felice e sorridente aveva trovato "Coco Chanel". Due parole, una spiegazione piuttosto semplice "Non riesco a leggerlo, è scritto troppo fitto, le parole si scontrano l' una con l'altra...non importa". So quanto mia madre ami leggere, so quanto le faccia piacere cedere alla tentazione di un libro piuttosto che di un programma televisivo, so che difficilmente lascia a metà una storia che l' appassiona, lo so perchè io sono come lei. E così ci siamo ritrovate a parlare di libri digitali, a confrontare le nostre generazioni così distanti ma per un attimo così affini nell' accettare un ulteriore passo avanti della tecnologia. A dire il vero gliene avevo già parlato e lei mi aveva "poeticamente" messo a tacere, facendomi notare quanto sia speciale sfogliare un libro, girare una pagina ignari di cosa ci sia dietro, di cosa la trama riservi, annusare la carta e spostare un segnalibro giorno dopo giorno, non potevo e non volevo allora darle completamente torto ma ora...Ora preferisco abbracciare un albero, accarezzare una corteccia, fare qualcosa che non danneggi ulteriormente altri esseri viventi e a, parte il mio discorso ambientalista, credo che ridarle la possibilità di leggere qualsiasi cosa attraverso un monitor, anzichè un libro stampato egoisticamente per persone "ipervedenti", sia un' idea geniale che sinceramente mi stupisco sia venuta ad una o più esseri umani. E' giusto rinunciare ad un piacere come quello della lettura perchè un editore ha scelto per noi un carattere piuttosto che un altro? L' importante è la vendita, il guadagno e un bel chissenefrega a chi, in questo caso non per ragioni strettamente ecologiste, comprerebbe ma non può per motivi che vanno ben oltre il prezzo impresso su una copertina. Ed allora spero sinceramente di "piantare" presto almeno due e-books nel mio e nel giardino di mia madre. Ultimamente mi sono resa conto che Macchiavelli forse era in realtà un profeta: mai alcun pensiero fu più indovinato ed attuale ai giorni nostri de "Il fine giustifica i mezzi". Mi arrabbiavo e sbraitavo fino a poco tempo fa, perchè vedevo sempre più gente intorno a me che della natura, degli animali, dell' ambiente ne faceva un business, un discorso legato alla moda del momento, o ancor peggio alla sua immagine, perchè parliamoci chiaro una donna che ama gli animali e la natura appare più dolce, sensibile ed affascinante agli occhi di un uomo, magari d' inverno indossa il giubbottino di pelle o il piumino di piuma d' oca (oca animale a due zampe ahimè) ma che importa, paroline come "che tenero quel micetto" o "che dolce quel cagnolino" fanno di lei un barattolo di miele e il fascino ne guadagna. Ma questo è solo un esempio...Mi arrabbiavo, non perchè io sia una miglior animalista e sicuramente una donna meno affascinante, ma perchè non si può esserlo per moda, non si può rispettare la natura per fare colpo, non si può passare "al verde" dopo essere stati per una vita "rosso sangue". Non ho mai cercato nei miei quasi vent'anni da vegetariana di convincere nessuno sul fatto che la mia scelta sia migliore di quella di qualcun altro, non ho mai polemizzato sul fronte animalista giudicando chi non ha anche soltanto voglia di ascoltare e capire le mie ragioni, non l' ho mai fatto ed anche questo fa parte della mia ponderata ed ormai decisiva scelta di vita. Come del resto non mi sono mai vantata delle vittorie lamentata delle sconfitte, se posso far qualcosa in rispetto di ciò che mi circonda e che difficilmente può ormai difendersi da solo, lo faccio e basta, sia questo un animale o una pianta. Ed ecco l' illuminazione !!! Che importa se la donna affascinante non è davvero convinta della straordinaria bellezza della natura, che importa se chi, magari non ci ha mai fatto caso, improvvisamente alza lo sguardo e si meraviglia della fioritura di un albero, che importa se si accarezza un cane per strappare un sorriso a qualcuno, ciò che conta non è più perchè lo si fa ma il farlo e basta e quindi ben vengano gli e-books magari per salvare una foresta, permettere a chi come mia madre è curioso di conoscere le avventure di Coco Chanel o semplicemente per chi ne creerà un business.

27 maggio, 2009

Fratture scomposte


Da bambini si frignava per una caduta dalla bicicletta, lacrimoni che come rigagnoli solcavano le guance, ci si contorceva dal dolore per essersi "sbucciati" un ginocchio e solo una volta che compariva la crosta si era più sereni, a volte (per me era così) ci si vantava addirittura con i compagni di giochi per la sua forma strana ed il suo spessore, altre volte (già masochista allora) la si sollevava con le unghiette ed era una gran soddisfazione staccarla poi completamente, stringendo i denti e consegnandola, come fosse un trofeo, ai propri genitori, che riuscivano sempre a nascondere dietro ad un sorriso, un' espressione giustamente schifata. Il tempo dell' arrivo di una crosta e le guance erano dinuovo rosee ed asciutte. Non credo di essere stata l' unica bimbetta ad andar fiera delle proprie crosticine, dei propri capitomboli dalla bicicletta e dei bernoccoli per le mille cadute accidentali. Amavo il rischio e la parola dolore, allora, non aveva per me un gran significato, tutt'al più dolore=crosta. Mi "ferivo" spesso ma da una volta all' altra non ne temevo le conseguenze. A cinque anni, per correre al telefono e salutare mia nonna, sono scivolata sul pavimento del salotto, in marmo, accuratamente incerato, come la miglior pattinatrice su ghiaccio, creando una coreografia non poi così aggraziata ma sicuramente d' effetto visto il risultato...Tre giorni di ricovero al Maria Vittoria per accertamenti ed io sorridente e spericolata a divertirmi scorrazzando in corsia alla ricerca di Annusca, la mia infermiera preferita e Massimiliano, sfortunato ragazzino caduto da una pianta di mele e con relativo braccio ingessato. Ma non finisce qui. L' avventura sicuramente più emozionante l'ho vissuta a dodici anni quando, galeotto fu il lago di Como e la traversata sul battello, mi ritrovai, una volta rientrata dalla gita scolastica, un bel focolaio di broncopolmonite al polmone sinistro...Quindici e dico quindici giorni di ricovero, sempre al Maria Vittoria. E anche stavolta...ma quanto mi sono divertita?! Io e le mie compagne di stanza giocavamo a Candy Candy e riempivamo scatole e scatole di provette in plastica che le infermiere ci davano da tappare per tenerci occupate, di sera guardavamo la Tv sul letto di Francesca e inventavamo strane storie dell' orrore che alla fine però ci facevano solo ridere. Tutti i giorni un prelievo, tutti i giorni due siringate di cortisone e mai una lacrima. Sta a vedere che a dodici anni ero una roccia e a trentacinque sono un budino. L' incoscienza forse, il riuscire a trovare sempre il lato positivo delle cose, il non abbattersi troppo davanti alle difficoltà, il prendere tutto un po' meno sul serio, lo sguardo più limpido ed innocente, il non temere le conseguenze di qualsiasi azione come l' arrivo di vere e proprie catastrofi naturali. Adesso che ci penso mi sembra così assurdo che mia madre, sempre così apprensiva, piangesse in corsia mentre io ridacchiavo felice solo per una vittoria a scala 40. Incredibile, ricordo tutti i volti ed i nomi dei protagonisti di questa mia avventura ospedaliera e li ricordo tutti sorridenti: Francesca era cardiopatica, Fabio diabetico, Luana appendicite in peritonite...e quante risate tutti e quattro insieme. Adesso la mia stessa sensibilità a volte mi terrorizza, la paura dell' impotenza, il dubbio divenuto ultimamente certezza, di aver partecipato ad una sorta di "Gioco dell'oca" facendo ovviamente la parte dell'oca, piuttosto che della pedina. Episodi poco importanti per qualcuno, per nulla rilevanti ma che improvvisamente riescono a condizionarti la vita rendendoti un debole, un insicuro, una patetica vittima e l' impotenza allora sta proprio nel non riuscire a reagire come si vorrebbe. Tremila "perchè" e nessuna risposta e quindi...giù lacrime. Immaturità? Direi di si, alla quale ahimè non riesco a reagire come vorrei, come avrebbe fatto quell' agguerrita dodicenne senza scrupoli. Ancora frasi sconclusionate "a quante le stesse parole...le stesse illusioni...gli stessi giochi...contemporaneamente...". Non cercate un senso a tutto ciò perchè un senso non c'è (più). Adesso quindi mi ritrovo ad aver paura di perdere un amico (e lo perdo), mi spaventa cambiare opinione davanti all' immagine di qualcuno che si sgretola improvvisamente, da un giorno all' altro, la delusione cocente di non riuscire più a farmi capire, a procurare un' emozione, un sorriso ma neanche una lacrima, un sospiro, niente. Queste sono le paure di una donna di trentacinque anni il 16 luglio che non sa cosa darebbe per trascorrere anche soltanto un pomeriggio con la dodicenne "roccia", per chiederle come faceva ad essere così coraggiosa e determinata, eppure lei era me, io ero lei. Debolezza, carenza di ferro...passerà! Forse, un giorno, riuscirò a ridere anch'io sguaiatamente e con indifferenza davanti a chi, anche solo una volta, ha ricevuto un mio sorriso sincero e spontaneo e non si sa perchè, l'ha ricambiato, un mio "ti voglio bene", magari riuscirò a prenderlo in giro, a giudicarlo un idiota, un illuso, uno che non si rassegna all' aver fallito, magari un giorno riuscirò a prendermi gioco della vita e di me. I bambini si confrontano le croste sulle ginocchia, io pseudo-adulta mi confronto con le mie paure: fratture scomposte.

23 maggio, 2009

S-comunicare


"Conservare lo spirito dell' infanzia dentro di sè per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare". B.Munari
Messaggi che galleggiano in un mare di bottiglie che si urtano fra loro ed il tintinnio nel seguire l'onda, crea una sinfonia di pregiato cristallo non solo di banale vetro, non "vuoti a perdere" ma, a volte, contenuti importanti, in ognuna di esse una storia, un' emozione, un s.o.s. Comunicare e s-comunicare. Il desiderio di esprimersi liberamente senza remore a quanto pare sta crescendo nell' essere umano in maniera direttamente proporzionale alla scoperta di nuove tecnologie e metodologie di dialogo per farlo e così è già routine comunicare al mondo, virtuale o reale che sia, che oggi ci si è innamorati oppure ci si è comprati un paio di scarpe nuove. All' inizio pensavo si trattasse di una forma inconscia di ricerca di considerazione, una sorta di fuga da una realtà in cui si è davvero in troppi ormai e questi non tutti ti guardano, non tutti ti apprezzano ma tu ci sei e vuoi farti sentire; poi qualcosa mi ha fatto cambiare idea e così adesso penso si tratti del bisogno di combattere la solitudine unendosi ad un coro, o anche le due cose insieme: un individuo solo che cerca di farsi notare sfiorando lo sguardo di milioni, miliardi di altri sguardi simili o completamente differenti dal suo. "Io sono qui !". C'è chi urla, chi fischia, chi, ancora un po' sperso, si guarda intorno non ritrovando nulla di ciò che gli è stato insegnato, di ciò in cui credeva, dell' unico modo immediato con cui cominicava: la parola. Non è più importante il tono di voce, la forza che ci si mette per far vibrare le corde vocali quando si è arrabbiati, basta attaccare il pc alla presa di corrente se la batteria non dura così a lungo e scegliere: "Oggi scrivo uno status enigmatico su Facebook o cinguetto su Twitter? Scrivo un post sul blog magari dedicandolo a qualcuno o ricerco un contatto perso su Messanger?" vasta scelta, ce n'è per tutti. Ci si prova, ci si butta e poi si aspetta, a volte è questione di secondi e qualcuno risponde al richiamo, a volte passano mesi e la bottiglia continua a galleggiare ma non tintinna più così bene. C'è chi lo fa solo per divertimento, chi per marketing vendendosi piuttosto bene e chi, curioso come me, cerca un confronto, un qualcosa o qualcuno che lo tranquillizzi facendogli capire che il futuro non è tutto lì. Si condivide un po' di vita ma le cose importanti sono ancora al di là di un monitor e se è bello, speciale ed emozionante scriversi o regalarsi fiori che però non profumano, lo è anche vedersi, toccarsi, parlarsi. Anche a me piace scrivere messaggi da infilare nelle bottiglie, mi piace sapere che qualcuno ancora li apprezza, mi piace dilungarmi in essi nella speranza di farmi capire e di arrivare trascinata da un' onda, continuamente urtata da altre bottiglie dalle forme più particolari, dai colori più luminescenti, dal tintinnio più melodioso. Le mie bottiglie sono un po' grezze, lo ammetto ed è molto facile riuscire ad inabissarle, i messaggi sono sempre o troppo lunghi o troppo noiosi, seguono l' istinto più che la corrente. Ultimamente ho conosciuto, a mia insaputa, ancora un' altra divertente forma di comunicazione ideale per chi ha poco tempo, l' esperimento con me è miseramente fallito ma sono sicura si rivelerà un successo. Lo "spara-emoticons": immediato, semplice, impossibile da fraintenedere, insomma comprensibile a chiunque...tranne che...a me! Incredibile ma vero e, chi mi capisce è davvero bravo, sono riuscita anche stavolta a dar voce e significato ad una pallina gialla con due occhietti ed una bocca, un sole, un chicco di mais, una lucciola stilizzata, a seconda delle sue espressioni, inviate con casualità senza alcun filo logico nè legame, rappresentavano davvero per la sottoscritta uno stato d' animo ed allora una smorfia poteva essere un' indigestione, un occhiolino uno strano tic nervoso ed una risata riuscivo persino a sentirla. Forse mi trovavo da uno o una psichiatra senza neanche saperlo nè conoscerne il volto ma è stato bello perchè per me, che sono matta, non è importante quanto mi si consideri ma come lo si fa e siccome, oltre che matta, ho dei problemi con le illusioni ho pensato che dall' altra parte il dito che cliccava fosse di un solo "specialista" non di un ' intera équipe medica. Ma alla fine non m'importa, io mi sono divertita e l' aver partecipato ad un esperimento questa volta è stato piacevole. Apprezzo, nonostante tutto, Fb e ci gioco, un passatempo come un altro, adoro questo mio blog sempre di più ma, per quanto riguarda le metodologie di comunicazione, la più innovativa, speciale, sorprendente, rivoluzionaria che abbia mai visto "ultimamente" è sotto il mio balcone, per una dirimpettaia fortunata: "TI AMO o4.03.09" un messaggio reale, scritto sull' asfalto, inequivocabile, facilmente interpretabile, da una sola persona ad un' altra...tra cielo e terra...dove c'è quello che qui si può continuare a cercare ma difficilmente a trovare.

20 maggio, 2009

Io e le formiche


Ore 19,05: rientrando a casa dall' ufficio, percorrendo sempre la stessa strada, oggi sotto un sole a dir poco cocente..."Ciao Simo! Torni a casa dal lavoro?" mi volto, un po' stordita ed affannata, è Aldo che, dall' altro lato della strada, mi sorride in compagnia di due amici, io ricambio il sorriso rispondendogli "Stavo contando le blatte sul marciapiede"...Ma come riesco a dire certe cose? Cioè lo stavo facendo sul serio perchè con tutto il calore che l' asfalto trattiene è normale che in estate gli scarafaggi prolifichino, ma potevo anche tenermelo per me, no?! Mi hanno guardata con comprensione ed io li ho salutati riabbassando nuovamente lo sguardo, alla ricerca di qualche altro piccolo esserino. Gli scarafaggi non sono certo la mia passione ma se li pensate a dover sfuggire agli artigli dei gatti della colonia felina di Via Coazze, che grazie ad una gattara premurosa sembrano pantere, il risultato è una lotta per la sopravvivenza. Spunto per un post, riportare fedelmente quanto letto la sera prima...
"Guardo la processione delle formiche
tra erba e sassi nel loro sentiero privato
loro non mi vedono
non sanno che esisto
vanno continuamente avanti e indietro
in due colonne ordinate
chi porta un frammento di foglia
chi si ferma a chiacchierare con le antenne di un' altra formica
secondo i programmi della loro collettività.
Mi volto a guardare verso il cielo
per vedere se c'è qualche essere gigantesco ed invisibile
come io sono per le formiche
che mi sta osservando ma che io non vedo
non vedo nessuno
ma non posso sapere se c'è o se non c'è."
Ovviamente...B.Munari

19 maggio, 2009

Si fa presto a dire blog...

Quante ma quante cose avrei da scrivere in una giornata "di sole e d'azzurro" come questa, talmente tante che non so davvero da dove incominciare: ho almeno tre titoli di post da sviluppare liberando la lingua o meglio le dita, traducendo il pensiero in parola, la critica in liberazione, qui su tutte le pagine bianche a mia disposizione, ancora da riempire. Questa può essere considerata una sorta di introduzione in cui ricordo come, non ancora un anno fa, iniziava l' "avventura". Non ne conoscevo neppure il significato: era una parolina buffa che a dir la verità mi ricordava soltanto i fumetti, "blog" poteva essere la nuvoletta in cui si esprimeva Topolino o Dylan Dog, una caramella gommosa al sapore di fragola, o un liquido efficace per sturare i lavandini, qualsiasi cosa a me, comunque, del tutto sconosciuta. Adesso so che letteralmente vuol dire più o meno questo: "Blog è un termine nato dalla contrazione di Web e Log, ovvero internet e diario/traccia" ma il mio, nonostante io ora sappia che cosa dovrebbe raccogliere, continua, per certi versi, ad essere la nuvoletta, la caramella, lo stura-lavandini. Mi ha invogliata a scrivere sfruttando questa forma di asettica comunicazione, la lettura di un blog impegnato, serio, che seguivo con curiosità e frequenza, riponendo nell' autore e nei suoi post, la mia stima oltre che il mio entusiasmo, pensavo "Per scrivere così bene è necessario pensare altrettanto bene" ed allora, nonostante di alcuni non ne capissi il significato e mi sforzassi di interpretare, altri meritavano di essere addirittura riletti e divulgati fra gli amici, lo ringrazio per questo e per molto altro. Google ha fatto il resto: chiunque, anche la meno esperta del web come la sottoscritta, riuscirebbe a crearsi uno spazio simile, è stato un po' come seguire le istruzioni per montare una sedia o un tavolino su cui appoggiare il pc cercando di stare dritta con la schiena e scrivere quindi più comodamente, un passo dopo l' altro, all' inizio vergognandosi un po' e facendo il possibile per cavarmela da sola, dubitando di un qualsiasi risultato tangibile ma comunque provando, così, anche solo per divertimento. A dir la verità io non ho mai avuto un vero e proprio diario segreto, quanto piuttosto fogli di carta, pagine di quaderno, diari scolastici su cui appuntare semplicemente un pensiero, un' idea e non dettagliando mai con estrema precisione nè la fonte nè l' obbiettivo, casualità e follia. Una volta scelto un modello, un colore, un' immagine gli si da un nome ed il mio, senza pensarci un attimo, nè copiandolo da niente e nessuno è Clorophilla. Non Goccia di rugiada, Linfa verde nè Verde muschio, ma Clorophilla e tutto questo, anche se potrà sembrare banale, ha un senso. Non salirò certo in cattedra per spiegare la fotosintesi clorofilliana, non basterebbe un post, ma posso riportare la definizione più sintetica che abbia trovato sul web che ne rende quantomeno l' idea: "Mediante la clorofilla, l'energia solare (luce) viene trasformata in uno zucchero definito glucosio fondamentale per la vita della pianta la cui formula chimica è: C6H12O6,ovvero 6 atomi di carbonio,12 di idrogeno e 6 di ossigeno.Inoltre alla pianta(detta autotrofa)rimangono 6 atomi di ossigeno atmosferico di cui si libera grazie agli stomi delle sue foglie. Oggi questo processo è quello nettamente dominante sulla Terra, per la produzione di composti organici da sostanze inorganiche e, probabilmente, rappresenta la prima forma di processo anabolico sviluppato dagli organismi viventi. Inoltre, la fotosintesi è l'unico processo biologicamente importante in grado di raccogliere l' energia solare, da cui, fondamentalmente, dipende la vita sulla Terra". Adesso potete sbadigliare...Ecco: una sostanza che come una pozione magica riesca a dar vita a qualcosa sfruttando solo energia presente in natura. Le mie potenzialità in confronto sono piuttosto scarse ma il sole mi rende sicuramente più attiva e vitale e così anche un flash, un ricordo, un' idea riattivano i miei centri nervosi stimolando la fantasia, la polemica, il dissenso, la critica, il vittimismo e quant'altro si ritrova poi leggendo i miei scritti, il tutto spolverato a volte con una bella manciata di "glucosio". Il primo post pubblicato, dopo aver posizionato una sorta di "zerbino" davanti alla porta di questa mia piccola tana in cui ridevo del disappunto di Stefano a proposito dei blog in generale, è stata, udite udite un' ode, non una semplice rima nè una poesia ma una vera e propria ode, ad un barattolo di Nutella. Esprimevo così la mia venerazione nei confronti di quella cremosa, profumata, golosa prelibatezza dagli ingredienti semplici, che esiste da una vita, che da bambina spalmavo sul pane e in cui invece da adulta immergo sfacciatamente le dita, una metafora? Magari si, magari no. Allora però la clorofilla scorreva più velocemente garantendo una produzione di glucosio davvero fuori dal comune. Ogni giorno scrivevo qualcosa non rendendomi bene conto di dove tutti i miei pensieri andassero poi a confluire, scrivevo per il puro piacere di farlo non avendo sempre qualcosa di così importante da comunicare. Gli amici più affezionati mi guardavano già allora con aria dubbiosa dopo essere passati a curiosare, qualcuno ha messo da parte la timidezza e mi ha lasciato anche qualche commento, altri lo fanno a parole tutte le volte che mi vedono, altri me ne chiedono ancora il senso o l'utilità. Ammetto che sarebbe più utile dare un'opinione personale su qualcosa di tangibile come un prodotto, un'idea, consigliando i lettori ad usare quello piuttosto che quell' altro dentifricio affinchè il sorriso risulti sempre più smagliante, non ci riesco, non è il mio obbiettivo e sinceramente questo blog non ha obbiettivi. Non cerco consensi, non ho sogni di gloria, scrivo, solo questo, per chi ha un po' di tempo per leggere, per chi vuole anche solo curiosare tra le righe della vita di una trentaquattrenne a volte poco matura, a volte poco ottimista ma anche, a volte, incredibilmente bizzarra e fantasiosa. Scrivo pubblicamente e non ho più paura degli attacchi da parte di chi vigliaccamente resta nell' anonimato, ho fatto una scelta quella di "pubblicare" vale a dire rendere noti i miei pensieri anche più intimi ad una platea più vasta anche se i visitatori magari non sono poi così tanti. Certo all' inizio le "coccole" ed i consensi mi rendevano felice e soddisfatta, spronandomi a dare di più, a scoprire gli angoli nascosti ancora poco visibili, ma le cose cambiano come le persone e bisogna accettarlo conservando però il ricordo migliore che ci hanno lasciato: un sorriso, uno sguardo, una parola anche solo sussurrata. E' quasi un anno che scrivo qui e non ho ancora pensato di smettere. Spero di riuscire a consigliarvi un dentifricio-sorriso prima o poi, quello da spalmare su tutta la faccia non solo sui denti per apparire sempre perfetti, in sintonia con un mondo che preferisce i sorrisini anche solo di circostanza ai musi lunghi o alle boccacce. Sfido a colpi di battute le critiche ed incoraggio chiunque abbia qualcosa di importante, a suo giudizio, da comunicare, a farlo, spensieratamente, senza pensarci poi tanto, iniziando magari da un' ode ad un barattolo di Nutella. Non c'è nulla di sbagliato in un blog e chi sbaglia è chi pensa di non aver più nulla da dire.