04 giugno, 2009

Game-over

Non sono mai stata una gran appassionata di video games: da adolescente, al mare, frequentavo con gli amici della compagnia "storica", per intenderci quella che la si ritrova tutti gli anni più o meno compatta, la piccola videoteca del minigolf, cimentandomi ogni tanto in qualche partita a flipper o a Puzzle Bubble comunque preferendo il tavolo verde da ping pong, al fresco sotto il pergolato, dove sfogare la mia vivacità, creatività e spirito di competizione. Con l'avvento del pc, le cose devo ammettere sono un po' cambiate anche per me e così mi ritrovavo, quando i primi esami all' università me lo permettevano, a trascorrere ore ed ore davanti ad un videogioco sanguinario e complesso che però sul mio Compaq Presario "girava" piuttosto bene: Forsaken. La copertina del cd rappresentava un cuore avvolto da due giri di filo spinato, un po' macabro ad essere sincera, ma del resto lo erano anche le ambientazioni ed i protagonisti del gioco stesso. Mi aggiravo, cioè, il mio alter-ego, una sorta di punk-guerriera del futuro, un incrocio genetico tra la bella Lara Croft e l' implacabile Terminator, per i sobborghi di una città fantasma, imbracciando un kalashnikov, con un coltello tra i denti e almeno due bombe a mano infilate nelle tasche di una sexy divisa in lattice nero. Buffo, non mi sono mai vista in faccia, ma la sola visione delle mie larghe spalle faceva capire bene quanto dovessi essere determinata nell' affrontare la malavita organizzata dei robot da distruggere. Salivo e scendevo da vecchi vagoni di una metropolitana abbandonata, distruggevo ciò che potenzialmente avrebbe potuto distruggere me e tenevo sempre un dito sul grilletto, un dito sulla tastiera ed un occhio sulle vite ancora da vivere. La grafica, per una che non se ne intendeva e tutt'ora non se ne intende, era accettabile, le fiamme credibili, il frastuono dei combattimenti realistico. Mi impegnavo in quell' inutile vita parallela cercando di arrivare alla fine, alla vittoria: bè non ci sono arrivata e credo, a questo punto, non saprò mai cosa sarei riuscita a vincere o a salvare. L' unico videogioco che ho terminato, vincendo una collana di banane ed un bacio della bella Jane (bleah), è stato Tarzan, dove il simpatico eroe del cartone animato della Walt Disney, attraversava fiumi in piena affidandosi alle liane e lottava, proprio all' ultimo livello, con colui che voleva per sè la sua amata, armato solo di agilità ed un pugnale. Oggi 6 giugno 2009, si festeggiano però i 25 anni di Tetris, in assoluto il mio passatempo preferito: scoperto e sperimentato sempre sul vecchio ed ormai rottamato Presario, l'ho fin dall'inizio giudicato più che un videogioco, un rompicapo pieno di significato. Sei tipologie di blocchi da sistemare in uno spazio, anche piuttosto limitato, da ottimizzare, procedendo con ordine. Solo la mia mente disturbata pensando a Tetris pensa alla vita, creando così un parallelismo che ha dell' assurdo. All' inizio della partita scende lentamente un primo segmento, molto lentamente, c'è tempo per collocarlo ovunque si voglia, a destra, a sinistra, al centro, lui scende con molta molta calma. A seguire un secondo, poi un terzo e così via, allineandosi dove è possibile e scomparendo per lasciare posto agli altri segmenti che verranno, il tempo non rappresenta un problema ciò a cui bisogna badare è l' ordine e la disciplina, solo questo. Poi con l'avanzare dei livelli, subentra una nuova incognita "il caos", il disordine, il tempo accelera e non da tempo, improvvisamente ci si ritrova prigionieri in quel piccolo spazio. Scendono i segmenti contorti, quelli impossibili da incastrare, gli asociali, gli incompresi, quelli che non puoi far altro che impilare, uno sull' altro, destinati a farti perdere la partita creandoti delle difficoltà. Pensate...Quando si nasce e poco dopo, tutto scorre pian piano, gli eventi scendono in noi lentamente creando un substrato, un terreno fertile, ordinato e ben distribuito su cui organizzare tutto il resto che verrà, difficilmente ci si lascia distrarre e si riesce, date le scarse responsabilità a cui si è chiamati, a "gestire" il presente senza troppa fretta nell' attesa che qualcos' altro succeda e cambi la nostra vita. Quello che succede è che si cresce, si avanza di livello, il tempo allora sì che diventa un problema da gestire, l' ordine spesso ci abbandona, dobbiamo "organizzare" i pezzi del nostro puzzle, affrontando il presente e ahimè sotterrando il passato. Quelle file così ben organizzate restano un ricordo e non c'è la possibilità di farle riaffiorare, non c'è la possibilità perchè non c'è tempo. Quando vorremmo veder scendere un semplice e gestibile cubo ci capita un segmento sghembo, quelli ad "S" per intenderci, quelli che ci lasciano interdetti e nasce spontanea la domanda "dove lo metto?", lo impilo e spero in qualcosa di meglio, nel famoso cubo o ancor meglio nel lungo parallelepipedo. Fateci caso la prossima volta che giocherete a Tetris e, magari, riuscirete a capire cosa intendo. Attenzione ad impilare, non si risolve nulla così e si ottiene soltanto di finire precocemente quella che poteva rivelarsi una gran partita. Game-over.

1 commento:

katiu ha detto...

Si cresce e si sale di livello, è vero. Con il conseguente aumento dei rischi, delle probabilità, dei nemici e dei mostri, ma anche con l'aumento dei tesori e delle soddisfazioni finali.

Se penso che i miei videogiochi trattano immancabilmente di sangue e morti .. non so se sono messa molto bene :)