27 maggio, 2009

Fratture scomposte


Da bambini si frignava per una caduta dalla bicicletta, lacrimoni che come rigagnoli solcavano le guance, ci si contorceva dal dolore per essersi "sbucciati" un ginocchio e solo una volta che compariva la crosta si era più sereni, a volte (per me era così) ci si vantava addirittura con i compagni di giochi per la sua forma strana ed il suo spessore, altre volte (già masochista allora) la si sollevava con le unghiette ed era una gran soddisfazione staccarla poi completamente, stringendo i denti e consegnandola, come fosse un trofeo, ai propri genitori, che riuscivano sempre a nascondere dietro ad un sorriso, un' espressione giustamente schifata. Il tempo dell' arrivo di una crosta e le guance erano dinuovo rosee ed asciutte. Non credo di essere stata l' unica bimbetta ad andar fiera delle proprie crosticine, dei propri capitomboli dalla bicicletta e dei bernoccoli per le mille cadute accidentali. Amavo il rischio e la parola dolore, allora, non aveva per me un gran significato, tutt'al più dolore=crosta. Mi "ferivo" spesso ma da una volta all' altra non ne temevo le conseguenze. A cinque anni, per correre al telefono e salutare mia nonna, sono scivolata sul pavimento del salotto, in marmo, accuratamente incerato, come la miglior pattinatrice su ghiaccio, creando una coreografia non poi così aggraziata ma sicuramente d' effetto visto il risultato...Tre giorni di ricovero al Maria Vittoria per accertamenti ed io sorridente e spericolata a divertirmi scorrazzando in corsia alla ricerca di Annusca, la mia infermiera preferita e Massimiliano, sfortunato ragazzino caduto da una pianta di mele e con relativo braccio ingessato. Ma non finisce qui. L' avventura sicuramente più emozionante l'ho vissuta a dodici anni quando, galeotto fu il lago di Como e la traversata sul battello, mi ritrovai, una volta rientrata dalla gita scolastica, un bel focolaio di broncopolmonite al polmone sinistro...Quindici e dico quindici giorni di ricovero, sempre al Maria Vittoria. E anche stavolta...ma quanto mi sono divertita?! Io e le mie compagne di stanza giocavamo a Candy Candy e riempivamo scatole e scatole di provette in plastica che le infermiere ci davano da tappare per tenerci occupate, di sera guardavamo la Tv sul letto di Francesca e inventavamo strane storie dell' orrore che alla fine però ci facevano solo ridere. Tutti i giorni un prelievo, tutti i giorni due siringate di cortisone e mai una lacrima. Sta a vedere che a dodici anni ero una roccia e a trentacinque sono un budino. L' incoscienza forse, il riuscire a trovare sempre il lato positivo delle cose, il non abbattersi troppo davanti alle difficoltà, il prendere tutto un po' meno sul serio, lo sguardo più limpido ed innocente, il non temere le conseguenze di qualsiasi azione come l' arrivo di vere e proprie catastrofi naturali. Adesso che ci penso mi sembra così assurdo che mia madre, sempre così apprensiva, piangesse in corsia mentre io ridacchiavo felice solo per una vittoria a scala 40. Incredibile, ricordo tutti i volti ed i nomi dei protagonisti di questa mia avventura ospedaliera e li ricordo tutti sorridenti: Francesca era cardiopatica, Fabio diabetico, Luana appendicite in peritonite...e quante risate tutti e quattro insieme. Adesso la mia stessa sensibilità a volte mi terrorizza, la paura dell' impotenza, il dubbio divenuto ultimamente certezza, di aver partecipato ad una sorta di "Gioco dell'oca" facendo ovviamente la parte dell'oca, piuttosto che della pedina. Episodi poco importanti per qualcuno, per nulla rilevanti ma che improvvisamente riescono a condizionarti la vita rendendoti un debole, un insicuro, una patetica vittima e l' impotenza allora sta proprio nel non riuscire a reagire come si vorrebbe. Tremila "perchè" e nessuna risposta e quindi...giù lacrime. Immaturità? Direi di si, alla quale ahimè non riesco a reagire come vorrei, come avrebbe fatto quell' agguerrita dodicenne senza scrupoli. Ancora frasi sconclusionate "a quante le stesse parole...le stesse illusioni...gli stessi giochi...contemporaneamente...". Non cercate un senso a tutto ciò perchè un senso non c'è (più). Adesso quindi mi ritrovo ad aver paura di perdere un amico (e lo perdo), mi spaventa cambiare opinione davanti all' immagine di qualcuno che si sgretola improvvisamente, da un giorno all' altro, la delusione cocente di non riuscire più a farmi capire, a procurare un' emozione, un sorriso ma neanche una lacrima, un sospiro, niente. Queste sono le paure di una donna di trentacinque anni il 16 luglio che non sa cosa darebbe per trascorrere anche soltanto un pomeriggio con la dodicenne "roccia", per chiederle come faceva ad essere così coraggiosa e determinata, eppure lei era me, io ero lei. Debolezza, carenza di ferro...passerà! Forse, un giorno, riuscirò a ridere anch'io sguaiatamente e con indifferenza davanti a chi, anche solo una volta, ha ricevuto un mio sorriso sincero e spontaneo e non si sa perchè, l'ha ricambiato, un mio "ti voglio bene", magari riuscirò a prenderlo in giro, a giudicarlo un idiota, un illuso, uno che non si rassegna all' aver fallito, magari un giorno riuscirò a prendermi gioco della vita e di me. I bambini si confrontano le croste sulle ginocchia, io pseudo-adulta mi confronto con le mie paure: fratture scomposte.

1 commento:

katiu ha detto...

Effettivamente da bambini non ci si rende conto delle cadute, delle botte, dei graffi e del dolore. Si è talmente impavidi che tutto ci scorre accanto senza che ci spezzi.
Peccato che col passare del tempo e dell'età quella beata ingenuità svanisca, perchè ci farebbe vivere tutti più serenamente.

Detto questo, non sto ad elencarti le mie "croste", vero? Altrimenti ci impiegheremmo una giornata :)